martedì 10 marzo 2015

LA CHIAMAVANO "PULIZIA"


 .. un tempo, sì. Ma quei giorni sono lontani.

Dopo, c'è stato chi la chiamava "housekeeping", una bella parola inglese, apparentemente trendy. Ma ormai il termine è obsoleto, vecchio come il cucco.

Adesso si dice "5S", e neppure è necessario essere tanto alla moda per parlarne con disinvoltura. Tanto meno serve esserne esperti.


Infine, ci sono quelli dell'ultim'ora. Quelli che le nuove tendenze le anticipano, le creano, Quelli che ne sanno una più del diavolo.
Per loro c'è sempre tempo, spazio e la massima apertura, a braccia spalancate.

Ed ecco che fa capolino il Management by Cleaning di cui vi ho già parlato in tempi non sospetti (vedi post https://www.blogger.com/blogger.g?blogID=6972247911627026484#editor/target=post;postID=9154947894204274427;onPublishedMenu=allposts;onClosedMenu=allposts;postNum=35;src=postname ).

Ed ecco infine la più recente fra le ultime tendenze, quella che "spacca", nuova di pacca, fresca fresca: Marie Kondo. Direttamente dal Giappone, a noi curiosamente tanto vicino negli ultimi anni industriali.
 
 Marie mi colpì già a Novembre scorso, quando la intercettai su un D-Donna di Repubblica che mi era capitato fra le mani per caso, in ultima pagina (se vi va, dateci un'occhiata http://d.repubblica.it/casa/2014/11/25/news/riordinare_la_casa_decluttering_buttare_via_il_superfluo-2388416/ ).
Poi, presa dalla vita di tutti i giorni, qua e là a sgommare e a questionare, francamente mi era passata di mente. Ma ciascuno è figlio di ciò che fa (oltre che di ciò che mangia), per cui sgommando e guidando, nello scaffale di un autogrill, non lontano dall'analogo Management by Cleaning di cui sopra, ho trovato il suo best seller: "Il magico potere del riordino".
Mi sono buttata (si vive una volta sola!): e me lo sono comprato. Complice il prezzo non proibitivo.

La lettura mi suscita alcune riflessioni che vorrei condividere, al di là di ogni facile polemica.

Maria Kondo si qualifica come consulente domestica e tiene corsi dal titolo "lezioni di riordino e organizzazione per signorine", ma anche "lezioni di riordino e organizzazione per uomini d'affari". Apparentemente c'è uno scollegamento, nella sostanza invece no. Cosa li lega è un principio di base.

Non so se alle nostre latitudini ci sono signorine che si lascerebbero incantare da un simile corso; ma sono quasi certa che qualche sedicente manager lo si troverebbe, qua e là, disposto ad ascoltare. Le cifre richieste non so quali siano, ma so che Maria sta facendo fortuna.Attenzione, quindi.

Il principio di base suona più o meno così: riordinare per fare i conti con il passato e liquidarlo laddove non fosse più funzionale, per iniziare un modo di vivere essenziale e vicino a ciò che veramente siamo, per liberarci di ciò che non serve. Marie afferma che funziona anche sul lavoro, dove non agiamo essendo altri da noi stessi, guarda un po', ma essendo proprio noi stessi
 
Applicando il metodo suggerito, le persone trovano una propria strada, più che una propria felicità soltanto (come se fosse poco). C'è chi apre una nuova attività, come aveva sempre voluto, licenziandosi, e chi conclude più affari e con maggiori risultati, infatti; oltre a chi perde chili su chili e migliora la propria vita di coppia. Così afferma Marie Kondo attraverso le testimonianze che trascrive.
 
 Il metodo di Marie Kondo è tranchant: non si riordina un poco alla volta, dice lei, ma una volta per tutte. senza pericolo di tornare al caos iniziale. Risolutivamente

Mi chiedo che cosa sia il caos iniziale: a ognuno il suo. Secondo me, agli occhi di Marie, che deve essere stata una ben strana ragazzina, ostica e puntigliosa, il caos comincia con un calzino fuori posto, una penna spostata. Lontana dal concetto di molti di noi. Ma non dalla sua cultura, e qui sta il primo punto notevole: Maria ne è, ovviamente, imbevuta.

Marie Kondo però, per come si presenta, è un inseme unico di cultura e personalità. La cultura da sola non basta. Gli episodi personali che racconta ne tracciano un ritratto inquietante. Da ragazzina, avvicinatasi all'idea del riordino, racconta di aver impiegato il tempo della ricreazione in cui tutti i suoi coetanei andavano a scalmanarsi a riordinare i libri sugli scaffali, e anche a controllare il contenuto dell'armadio delle scope nel corridoio, scuotendo la testa perchè vi mancava un gancio a S; e non per eseguire un compito o un ordine, ma per il proprio piacere. Oppure, si legge nel libro che operava in famiglia per riordinare - leggasi 'buttare' - anche le cose dei propri familiari, suscitandone le ire. Insomma, per Maria il riordinare e buttare è una passione personale, prima che culturale.
 
 La cosa che mi fa pensare a quelli - che a Firenze si chiamano 'pisseri' - che entrano in casa tua e arricciano il naso per gli odori, o che si vantano per quanto sanno bene organizzare (ne conosco un paio insopportabili), o che stanno sempre a pulire e non vogliono animali perchè sporcano (mentendo a se stessi però: 'peccato, perchè davvero li amo tanto'). Mi fa pensare a un tizio che conobbi anni fa, il quale riportò in stireria un intero set di camicie perchè la di lui sorella, incaricata della loro pulizia (e anche su questo ci sarebbe da riflettere), aveva osato piegarle, peraltro impeccabilmente.

Il metodo, nei fondamentali, ricorda pericolosamente le 5S. Le due fasi del riordino suggerite da Maria sono infatti le seguenti: 1) valutare se buttare un oggetto oppure no 2) decidere la collocazione di quell'oggetto. Niente di nuovo sotto il sole, per i 5S pratictioners. In questo, il tratto culturale giapponese è fortissimo, evidentemente. Escludo che la signora, infatti, abbia lavorato in Toyota. Ma chissà.

Il libro si dilunga su una quantità di dettagli davvero interessanti dal punto di vista culturale. Io non amo gli haiku, per esempio (non sapete cosa sono? cliccate qui http://it.wikipedia.org/wiki/Haiku) ma da altri aspetti della cultura giapponese sono incuriosita. Nel libro, il paragrafo sugli idoli è davvero intrigante. Così, scopro che le ragazze giapponesi collezionano amuleti per una quantità di buone cause, tra cui spicca quella di trovare un buon partito (così è detta male: un marito, un amore). Che vengono loro regalati da madri nonne zie e quant'altro - Marie, alle ragazze, suggerisce di far pulizia anche di questi, e di creare, a scrematura avvenuta, un piccolo altare domestico sull'ultimo ripiano della libreria. Ohibò, davvero un ottimo senso pratico.


Concludo con una delle frasi più rivelatrici che ho trovato nel libro: "in Giappone si sente dire spesso che fare le pulizie di casa e far brillare i sanitari porta fortuna". Al suo confronto, le osservazione di Maria sulla qualità dell'Economia Domestica insegnata nelle scuole e sugli stessi diplomati in Economia Domestica (estinti alle nostre latitudini), semplicemente impallidiscono.
Sta qui, nei fondamenti culturali di questa frase, l'humus che ha portato al 'Management by cleaning', alle 5S e via dicendo.
Non essendo una specialista in materia di cultura giapponese, mi scuso con gli esperti se al fenomeno altri fattori avessero contribuito, di cui ignoro l'esistenza; sono pronta a fare ammenda. Ma riconoscerete che un filo logico, un innegabile legame c'è.
Che purtroppo, o fortunatamente, da noi invece latita.


        

martedì 3 febbraio 2015

IL PARAGONE NON E' IMPROPRIO


No, non lo è. Il paragone non è improprio.
Ed è facile capirlo, adesso, in tempo di elezioni.

Di cosa parlo? Di questionari di soddisfazione del personale, Di indagini di clima aziendale. E mi scuseranno gli esperti nel campo se utilizzerò termini poco scientifici, inadatti, non professionali.

Le elezioni politiche servono a determinare chi governerà il paese, o la regione, o il comune: chi governerà qualcosa che ci riguarda. Con le elezioni esprimiamo il notro parere: ci piacerebbe governasse questo signore qui, proprio lui, o questo partito qui, i cui ideali ci corrispondono. I cittadini prendono posizione. Tramite le elezioni possono dire: non tu, ma lui. E di conseguenza, chi governa quel 'qualcosa' può cambiare, un altro può arrivare. E questo è il potere, l'essenza fondante della Democrazia.



La finalità delle indagini di clima Aziendale, dei questionari di soddisfazione del personale,  non è affatto la stessa. L'azienda non è certo una Democrazia: chi governa quel 'qualcosa' che ci riguarda sta lì per motivi altri rispetto a una scelta deliberata del 'cittadino aziendale' (ovvero, dei dipendenti, in tutte le loro possibili forme di contratto). Sta lì perchè scelto dalla Direzione, dalla Proprietà o da altri, in quanto ritenuto la persona adatta a ricoprire quel ruolo e a fornire i risultati richiesti
La finalità dell'indagine di clima è quella di comprendere il modo in cui il 'cittadino aziendale' vive l'azienda, valutarne il gradimento, considerare i segnali che ne derivano e intraprendere delle azioni migliorative (se, quante, quali: secondo giudizio del committente, a suo rischio e pericolo).


Da qui, il sospetto che paragonare le elezioni politiche e le indagini di clima aziendale - o i questionari di soddisfazione - sia del tutto improprio.
In effetti, secondo me non lo è e le due questioni presentano un punto essenziale di comunanza: il fatto che una 'popolazione' esprima un'opinione, e che con questa opinione si debba fare i conti in termini di azioni.
La cosa risulta evidente, in particolare, quando si procede all'analisi dei dati.

In questo momento sto ragionando sulla questione per un supporto in merito che mi ha chiesto un Cliente. Le mie considerazioni sono le seguenti, in breve:
  • il dato della mancata partecipazione è importante, in ambedue i casi. Chi non si esprime in politica lo fa per una quantità di motivi, che vanno dalla protesta al senso di totale impotenza; chi non si esprime in azienda lo fa per questi motivi, o anche per paura (di essere riconosciuto, di rimetterci in qualche modo)
  • il dato della mancata partecipazione è la prima informazione da valutare: se è molto elevato, ha poco senso dare risalto ai risultati di chi si è espresso. Chi si è espresso non rappresenta la popolazione nella sua interezza, nè ne è un campione rappresentativo; piuttosto, rappresenta la parte non ancora 'persa' della popolazione, che quindi - potremmo dire 'per definizione' - è mediamente più favorevola all'Azienda. Darvi risalto corrisponde, in qualche modo, a 'falsare' la situazione reale: al di là della pura statistica, è un fatto che andrebbe sottolineato. 
  • un po' di ricordi: come andava alle elezioni studentesche del liceo? Votavano in 3, e quei 3 se la suonavano e se la cantavano. Di fatto nessuno, fra gli studenti, davvero contava su di loro, nè le loro decisioni o voci avevano alcun peso.
  • se il dato della mancata partecipazione è elevato, o elevatissimo, cosa sta nella pancia di chi non si esprime bisogna capirlo, non c'è alternativa. Forse, nel questionario di soddisfazione del personale si potrebbe aggiungere una sezione 'perchè non partecipo alla votazione', o simile, Breve, semplice, a risposta suggerita, in cui almeno una parte dei silenti potrebbe dire qualcosa, e far capire. Sarebbe già un'informazione in più. Ma probabilmente non servirebbe a molto di fronte a situazioni incallite. 
  • Se la situazione aziendale è critica, mi chiedo se l'indagine di clima è lo strumento più adatto da utilizzare, o se è il solo - la risposta agli adetti ai lavori, ma resta il dubbio sull'opportunità di proedere in tal senso quando per esempio c'è un'azione di mobilità, CIG o altro.

In conclusione, e mi fermo qui: il non detto, in certi casi è più pesante del detto. Qualcosa da non trascurare, e anzi, da tenere in massima considerazione.
Riflettiamoci: io, nel mio piccolo, lo sto facendo

mercoledì 14 gennaio 2015

IL MANAGER DAL PUGNO DI FERRO

 
 Ai miei tempi c'era Petrus. Chi se lo ricorda?
"Petrus, l'amarissimo che fa benissimo!", e giù un gran pugno da una mano di ferro. Di armatura medievale.
 
Era un Carosello. Cercando ne ho ritrovato in YouTube un esempio che è una chicca: guardatelo, ci spiega anche Carlo Magno ( https://www.youtube.com/watch?v=Yjdx-_bTgHM)

Comunque, quando giro in LinkedIn e trovo tutte quegli aforismi, frasi e slides che parlano del manager (cattivo) contro il leader (buono), a me viene in mente il pugno di ferro, e quindi Petrus. Puntuale.. BUM! Arriva la botta.

In effetti nella mia vita a contatto con le aziende, di Petrus ne ho visti parecchi; forse, di Carlo Magno meno.
   
Ma in fondo, chi se ne importa di come si comportava Carlo Magno? A memoria d'uomo, lo stile di leadership di Carlo Magno non è mai stato utilizzato nei corsi di formazione per giovani manager; e nemmeno in quelli per giovani consulenti (ammesso che esistano).
Ma forse bisognerebbe ripensarci. Scava scava, magari si trova anche lì qualche spunto brillante per tener sveglie le platee sonnolente o annoiate, oppure per creare un nuovo mito visto che il Patron della Virgin (sir Richard Branson) e Steve Jobs stanno diventando un po' scontati.

Di Carlo Magno, era grassa se i libri di scuola ti elencavano le battaglie o se ti dicevano del regno dei Franchi ed Aquisgrana. Tutto appariva così lontano. E poi, a noi monellacci interessava più che altro suo padre Pipino il Breve (con un nome così), se proprio non riuscivamo ad evitare del tutto l'argomento.

Anche adesso, grande e grossa che sono, mi pare che le cose stiano messe allo stesso modo. Carlo Magno e i Franchi, con Aquisgrana e Pipino al seguito, non se li fila nessuno. Petrus invece la fa da padrone. Ancora.
O meglio: la fa da padrone il suo pugno di ferro.
E qui torniamo al manager (cattivo), che a forza di botte sui tavoli (BUM!) porta avanti le cose, contrapposto al leader (buono) che le cose le porta avanti - e bene - in modo del tutto diverso (civile, umano, ed efficace soprattutto).
  
Io voglio uscire da questo dualismo manager/leader, sui cui fondamenti teorici altri sono più preparati di me, e dire una cosa semplice, banale: di pugni di ferro si può fare anche a meno.
Mica si comanda così.
Mica si motiva, sensibilizza, in una parola 'si porta a bordo' la gente così.


Io questo ho visto, e ancora vedo, nella mia vita di tutti i giorni a contatto con le persone, le fabbriche, le officine e i loro bei problemi di produttività, efficienza, qualità: molti pugni di ferro (Petrus), poca collaborazione.
Ma i pugni di ferro generano reazioni scomposte e sterili.
Per esempio, chiacchiericci e maldicenze verso i capi, unica difesa da parte di coloro che dal pugno di ferro sono colpiti, e non trovano altre armi. Chiacchiericci e maldicenze che rimangono lì, in basso, montando come la panna fino a trasformarsi in leggende metropolitan-industriali. Sistematicamente smentite dai fatti, oppure del tutto inutili. Ma tanto, tanto efficaci come valvola di sfogo.



Per esempio, arroccamento. O paura. Davanti al pugno di ferro c'è chi dice di sì a prescindere, annullando ogni spirito critico, creativo o partecipativo, con l'unico intento di evitare problemi o ulteriori pugni. Ma c'è anche chi resiste ad oltranza. Chi si mette di traverso. Chi magari si butta malato pur di non fare.
 
Dopo anni e anni in Azienda, soprattutto come 'interna' ma anche come consulente, ho imparato che gestire le persone è davvero una delle sfide più difficili.
Qualunque sia l'approccio scelto, ci sarà sempre una qualche difficoltà e molta, molta energia da spendere. Ma ci sono dei presupposti di buon senso che non bisogna trascurare e una cosa è certa: il pugno di ferro non è uno di questi. Non come stile di leadership tout-court, a 360°.

D'altra parte, ognuno ha la sua storia e la sua sensibilità. E anche la sua suscettibilità.
Che gli restano incollate addosso nell'open space davanti al PC, o mentre controlla i pezzi, o durante l'assemblaggio, e guidano sotto sotto le sue azioni a dispetto dei corsi di formazione cui viene spedito, e delle letture manageriali che gli vengono consigliate. E anche delle lunghe salite domenicali in mountan-bike per mantenersi allenato e smaltire lo stress.
Non c'è niente da fare, l'essere umano resta il punto centrale.
E che questa sia la chiave, se si è un capo (manager o leader che dir si voglia), non si può non essere coscienti.

lunedì 24 novembre 2014

L'uomo senza qualità? No, senza difetti


Eh, e chi non ne fa? Mi dispiace per voi, ma l'uomo senza difetti non è ancora nato. Nè nascerà a breve.
Sbagliamo continuamente, in modo più o meno grave: nella vita come nel lavoro. In entrambi i casi, gli errori si pagano. A volte, cari.
 
La buona notizia è che dagli errori si può imparare. E mentre nella vita ognuno fa come gli pare (ci mancherebbe: a proprio rischio e pericolo), nel lavoro imparare non è che si può: si deve.

Nei miei giri aziendali, molti e a volte vorticosi, sento le seguenti frasi:
- 'Sì, ma quello non capisce niente'
- 'A lui no, questa cosa non la faccio fare. Tanto sbaglia sempre'
e mi viene lo scoramento.

Ho tenuto un corso in settimana, in cui fra l'altro ho toccato l'argomento 'poka yoke'. Quando ho chiesto: 'sapete di cosa si tratta?', qualcuno ha risposto: 'a prova di stupido'.
Ho ribattuto: 'a prova di errore'.

Questa è la mentalità predominante: che ci siano gli stupidi e quelli bravi. Che gli stupidi sono hopeless e vanno lasciati al loro destino. Che i bravi sappiano le cose perchè le captano nell'aria, o per osmosi dai pori della pelle. Che un dio magico e dispettoso infili la conoscenza nella testa di qualcuno e non in quella di qualcun altro. Che si tratti di un dono.

Ma la realtà è diversa e lo ripeto: tutti sbagliamo. Quelli che sono ritenuti bravi, e anche gli altri. In maniera diversa, forse, o con frequenza diversa. Ma nessuno, nessuno è immune da errori.

Mi allargo quindi in alcune considerazioni che ritengo di pura civiltà, oltre che opportune per il business:
  • formazione prima di tutto. E' inutile riempirsi la bocca di inglesismi tipo tacit knowledge se neppure la knowledge per nulla tacit evitiamo di trasmettere. O snobbiamo. 
  • Di geni, di norma, nelle imprese non c'è bisogno; ma di gente che sappia fare quello che deve, sì. Quindi, punto primo capiamo cosa c'è da fare, e punto secondo insegnamolo a chi lo deve fare.
  • Ho fatto molto sport in vita mia, e con impegno e passione. Purtroppo quei tempi sono trascorsi; ma questa è un'altra storia. Ricordo perfettamente un allenatore che diceva, a proposito di una certa cosa complessa da assimilare (in puro toscano, scusate): 'a me mi viene. Voi, fate in modo che vi venga', e qui si esauriva il suo insegnamento. Un esempio da non imitare.
  • Nonostante la formazione, capita ugualmente di sbagliare. Ovvio che maggiore è l'esperienza e la conoscenza, minore è la frequenza e la gravità degli sbagli. Ecco perchè quelli bravi sbagliano pochissimo. Ma pochissimo non è zero.
  • Ogni volta che sbagliamo, capiamone il perchè. Si dice analizzare le cause (per gli amanti dell'inglese: root-causes analysis). Bada bene: le cause, e non la causa: di norma sono più di una. Nell'industria, in produzione, per esempio: cause tecniche e cause gestionali (insidiosissime le seconde, più esplicite le prime)
  • Un volta che abbiamo capito il perchè, spieghiamolo. Diffondiamo questa nuova conoscenza che ci è derivata dall'errore.  Perchè di questo si tratta: di capitalizzare l'esperienza, e trasmetterla ad altri, affinchè si prevenga la commissione dello stesso errore da parti di altri. 
  • La cultura deve essere quella della risoluzione dei problemi, e non quella del giudizio. Mica siamo a scuola, che ci davano i voti e se prendevi l'insufficienza facevi la parte dell'asino: qui siamo al lavoro. E l'unica cosa che ci deve interessare è che il lavoro vada avanti liscio, senza intoppi, con chi lo esegue che fa del suo meglio ed impara, dai propri come dagli altrui errori. Solo così l'azienda progredisce, consentendoci di progredire con lei
Il post è finito, andate in pace. Ma pensateci.

sabato 8 novembre 2014

Il Marketing 'Positivo'


E ne parla una che di mestiere fa tutt'altro.
Una che di Marketing, fino a poco tempo fa, ne sapeva quanto di Altissima Finanza, ovvero: niente.

Io non so se il termine Marketing 'Positivo' esiste; e francamente non mi importa. Tanto, per me è così che si chiama. E mi basta.


Si tratta di spargere semi positivi. Ovvero: supportare, aiutare. Anche in modo gratuito.
E' la filosofia del 'Givers gain': chi dà, riceve.

Ah, ma non sono San Francesco, anche se la sua figura mi piace molto: lavoro nell'industria (e anche per l'Università, ma questa è un'altra storia) e lo faccio per vivere. Quello di cui sto parlando a questo si riferisce: al "dare" nel lavoro.
Ai Clienti, a coloro con cui si entra in contatto.
Senza troppi pensieri, senza alcun retro-pensiero. Anche solo per il piacere di farlo.


Non significa affatto fare lavori su lavori gratis. Significa fare quel passo che per te è poco, mentre per colui che lo riceve è molto. Non ha costi elevati, tutt'altro; sai di cosa si tratta, vai sul sicuro. E' una semplice pillola. Non ti serve un gran tempo o spremitura di meningi, ti viene di tacco, o quasi; insomma, per te è facile, veloce.
Chi riceve, forse lo sa; ma forse no. Ma soprattutto, chi riceve ne ha bisogno, per cui se ti viene facile o meno non gli interessa, gli interessa il fatto che tu lo hai aiutato. E bene.


L'effetto del Marketing Positivo è quello di farsi conoscere nel modo migliore. Nella propria competenza, nella propria disponibilità e attenzione. E' un potente acceleratore del passa-parola, che, volenti o nolenti, resta ancora uno dei metodi migliori per trovarsi del lavoro.
Il quale inoltre, una volta trovato, necessita di consolidamento e ulteriore sviluppo. Ed ecco che il Marketing Positivo entra in gioco di nuovo, nei suoi panni migliori. Vestito a festa.

Una sola volta mi è capitato qualcuno che intendeva approfittare della situazione.
La mia personale soluzione, è stata dare meno, in modo sensibile. Far capire che si trattava di accertamenti e lavori di una certa complessità. Dirlo in modo chiaro.
Il risultato è stato un accordo per ampliare l'orizzonte delle mia attività. Ottimo quindi. Sì, ma in apparenza. Infatti, di lì a poco l'Azienda in questione ha chiuso i battenti.

Buona riflessione. 
A tutti.

lunedì 27 ottobre 2014

Un boccone per strada


Chi mi conosce lo sa: sono sempre in auto.
Infatti mi chiamavano "la donna con le ruote".
Mi sposto per andare dove il lavoro chiama. Per lo più in autostrada. Le Aziende, con le loro unità produttive, hanno il brutto vizio di impiantarsi in periferia, e non in centro, proprio sulla via della struscio. Per cui ti serve l'auto, non c'è altro modo.
Questo, per chi ogni tanto mi dice: 'ma è tanto più comodo il treno'.
Mi capita di aver voglia di un boccone, di tanto in tanto. Anch'io, vegetariana, pur con i miei crismi poco autogrillabili, ho fame all'ora di cena. O di pranzo. E quindi mi fermo. Mi sgranchisco e mi servo al self-service, al banco pizza, al bar, al frigo dei gelati.
E mangiando osservo.

I camionisti, per esempio. Con le loro docce riservate. D'estate, con gli asciugamani sulla spalla e in mano la trousse da cui spunta il pettine a denti radi, a vagare in zona bagni. Magari con gli zoccoli ai piedi. Profumano di bagnoschiuma fresco fresco, i capelli ancora umidi. E hanno gli occhi segnati.


Oppure i giovanotti trendy. Se ne vedevano di più, qualche anno fa: un effetto della crisi, io credo. Camicia rigorosamente azzurra, d'inverno con il cappotto serio sulla giacca sciankrata, e se è giorno occhiali da sole all'ultimo grido. Impazienti, al limite dell'arroganza: il mondo li aspetta, il mondo è urgente. Hanno un appuntamento da qualche parte, un ufficio - magari commerciale - in cui fare bella figura, con un ruolo di qualche tipo che è, o forse vedono (sognano), significativo, di lustro.
Ho notato che molti di loro, alla ripartenza, tendono a sgommare.
E poi gli addetti del locale ristorante, a volte giovanissimi, a volte quasi anziani, tanto che uno si chiede che cosa li ha portati lì, a quella scelta; e poi evita di darsi risposte. Mi capitano, a notte fonda, ben oltre la mezzanotte, oscuri ristoranti di periferia, in autostrada, in cui sono presenti solo donne, magari giovanissime; a volte, con la protettiva presenza di una pattuglia della Stradale che si ferma per un caffè. Ma la Stradale non c'è spesso, nei ristoranti dell'autostrada: hanno altro da fare, a parte l'eccezione di un caffè notturno. A dispetto delle multe che tentano di propinarmi, che, parafrasando Battiato, 'per mia natura attiro', pattugliare le strade è un lavoraccio che non lascia molto tempo per gli svaghi.
E neppure per le pene d'amore: perchè di questo mi è parso che si trattasse, la settimana scorsa, quando ho incrociato lo sguardo implorante di un giovanissimo poliziotto verso una avvenente ma sdegnosa barista.
E poi i fatti strani.
Una volta, verso Pescara, venni stanata dal bagno da un secondino dal tono imperioso. E poi fatta uscire di fretta, insieme a un altro paio di tizi, sul piazzale antistante. Me ne ero andata protestando vivacemente; ma le parole mi morirono in bocca, quando vidi uscire dall'alto cellulare blu un uomo in manette, tenuto saldamente da entrambi i lati. Mi colpirono lo sguardo beffardo e il suo sorrisetto; e poi, ovviamente, il gesto decisamente osceno che la sua lingua decise di rivolgermi.



Qualche sera fa, seduta a un tavolo del self-service, ho ascoltato la conversazione di un uomo maturo e stanco con due ragazzi ridanciani e baldanzosi, di cui uno pure rasta. Tutti camionisti. Un amico dei due, non presente al tavolo, aveva appena superato un colloquio: quindi avrebbe fatto la spola con l'Olanda. Guidando, come loro. I ragazzi si davano le gomitate: che fortuna. Le belle ragazze bionde, la roba, la maria. L'avventura.
"Ma mica per sempre" dicevano "per qualche anno; poi smette".
"Si dice sempre così" ribatteva il terzo, quello stanco "poi non si smette; guardate me"
"Ma no, lui smette: l'ha detto. E comunque, va a stare meglio, no? Avrà uno stipendio, tutti i mesi"
L'uomo improvvisamente ha alzato la voce: "Ma si resta soli, capito? Con questo mestiere si resta soli! Specialmente se si guida all'estero"
Si è gelato mezzo Autogrill. Un tizio lì vicino si è fermato con la forchetta a mezz'aria.
Io ho annuito fra me e me. E mi sono alzata per depositare il vassoio.
Perchè nel mio piccolo, so di cosa quell'uomo stanco stava parlando.

Recentemente, poi, mi sono fermata per una cenetta di quelle che sono un  piatto veloce e via. E' più la noia di chiedere fattura (per pochi Euro) che altro. Ma le signore che stanno alla cassa del self-service ci sono abituate: tu paghi, e loro ti consegnano il foglietto del conto con i dati per la fattura in bianco. Dopo tornerai a darglielo compilato pre bene, ma calma e tranquilla, quando avrai finito di mangiare: e allora sarà fattura vera. La signora alla cassa, però, ha fatto un danno, quella volta; o come sosteneva lei, il danno l'ha fatto il dispositivo cassa automatico. Fatto sta che tra il cassetto da chiudere/non chiudere, e l'inchiostro che non si leggeva, e le dita irritate che schiacciavano un tasto e poi annullavano, si era fatta la coda. Tralasciando le mie patate arrosto che freddavano.
Insomma, è intervenuto il responsabile, un tipo con la camicia cifrata e stirata, e non con la T-shirt da Autogrill che hanno gli addetti normali. La signora si è beccata uno shampoo non da poco, nella pubblica piazza. Cercava anche di ribattere, ma ogni eccezione riceveva la sua secca risposta. Un contrappunto ineccepibile. Imbarazzante, e sempre a sfavore della signora.
Al tavolo, le patate ormai fredde (che mi sono comunque mangiata), mi sono detta: qui no, per un periodo qui non ci torno.



E infine una certa stazione ("la fermata", come la chiamo io) sulla A13, direzione Padova. Ci capito spesso la mattina presto, molto presto. E ci trovo un puzzo colossale, insopportabile. Normalmente, confinato al di fuori del locale ristoro; qualche settimana fa invece, penetrato pure dentro. Allora non ho resistito, e ho chiesto. Le addette non hanno saputo, o voluto, darmi una risposta.
Un tizio invece mi ha fornito la sua, ed era un cliente, come me: "Ho pensato, più volte, che fosse un camion dei rifiuti parcheggiato fuori. Magari mal pulito. Oppure cotto dal sole, dal caldo. Mi sbagliavo. E' una fabbrica chimica, qui dietro. Lo sanno tutti".
Sono rimasta così, imbambolata; e l'ora non c'entrava. Un puzzo del genere non è regolare in nessun caso, men che meno se davvero proviene da una fabbrica. La faccenda mi ha turbato non poco, e ho deciso di scriverne.
Però poi, Giovedì scorso (stessa sosta e identico orario), magicamente il puzzo non c'era.
Non so perchè, non so cosa sia successo.
Ma spero che non si tratti di un caso e che il problema, in qualche modo, sia definitivamente scomparso. Avrà giovato farsi sentire?

mercoledì 8 ottobre 2014

Dorothy Perkins? No, Dorothy Project

 Chi non conosce Dorothy Perkins?
Io.
O meglio, non lo conoscevo: adesso invece sì, per uno sbaglio, per puro caso. Ho scoperto che trattasi di un brand di oltre cento anni di vita (e salute) dedicato alla moda femminile.
Ho dato un'occhiata ai modelli: niente male, direi.
E' possibile che qualcosa mi sia persa, frequentando altri.
Chissà che non sia il caso di recuperare.
 
Comunque.
Lo spunto mi è propizio per parlare di Dorothy Project.
Che non è un brand, ma un Progetto Europeo.
Ne voglio parlare, perchè è una di quelle cose belle e interessanti di cui nessuno mai fa parola. Si tende a tenerla fra addetti ai lavori.
Ed è male: dovrebbe avere maggiore visibilità.
I cittadini europei dovrebbero sapere che c'è chi lavora per loro, seppure in silenzio.
Dorothy è un acronimo derivato dalla definizione stessa del Progetto, che in lingua suona così: 'Development Of RegiOnal clusTers for researcH and implementation of environmental friendlY urban logistics'.
Nella nostra bella lingua italiana, ciò significa: 'Sviluppo di Cluster regionali per la ricerca e applicazione di una logistica urbana amica dell'Ambiente'.

Devo dire che mi piace questo fatto, di prendere una lettera qui e una lettera là, e farci un nome da ricordare con facilità. Mica le iniziali, che son buoni tutti: delle lettere nel mezzo. Così il nome viene fuori in modo creativo.
Invece di 'Dorothy' poteva venire fuori VOGUE, tanto per restare in tema di moda.
Ed è solo un esempio.

In sostanza, mentre il mondo Europeo continua le proprie lotte politiche e di sopravvivenza, mentre la crisi morde e i cittadini europei, bene o male, tra malumori e gioie e cose di tutti i giorni in fondo alla giornata ci arrivano, un gruppo lavora per il miglioramento della qualità della loro vita.
Focalizzandosi ad uno dei suoi aspetti più importanti: quello della logistica. Urbana, per di più. Cioè, ai "trasporti nelle città"; con tutto il carico che questa espressione implica, a dispetto della sua brevità e semplicità.


Il progetto è teso a sviluppare il potenziale di innovazione e ricerca in questo settore. Partendo dall'analisi dello stato dell'arte in merito alle soluzioni logistiche delle città, ha l'obiettivo di definire delle Linee Guida comuni da adottare come standard Europei, e di creare soluzioni innovative, efficienti e sostenibili.
 



Un Consorzio, composto dall'Italia (Toscana), dalla Romania (Oltenia), dalla Spagna (Regione di Valencia), dal Portogallo (Lisbona e valle del Tago), è al lavoro. Partecipano, in ogni regione, sia Pubbliche Amministrazioni che imprese. Il coordinamento è ad opera della Fondazione per la Ricerca e l'Innovazione, Università di Firenze.

Io vi sono entrata in contatto grazie alla collaborazione con l'Università di Firenze, appunto. Ed è stato un incontro molto interessante. In genere non ho bisogno di motivazioni particolari per fare quello che devo: conosco il valore del lavoro, e il sapore buono che resta in bocca dopo una giornata produttiva.
Ma lavorare in questo ambito, per me, significa ricevere un 'plus' etico.
Che non ha prezzo.
Che volete, per certi versi sono ancora un'inguaribile romantica, a dispetto di anni e anni nei gangli delle officine, tra urli e scioperi, fiducia e inganni, incidenti e performance da star, promesse mantenute e mancate. E luuunghe (o brevi) pause caffè alla macchinetta automatica dietro al magazzino.
 

E se Dorothy Project è una perla da scoprire, altre perle, di respiro ancora maggiore e portata quasi epocale, ancora restano oscure al cittadino indaffarato, o ignavo (come direbbe Dante), o distratto, o semplicemente poco informato.
Alzi la mano chi sa che cosa è H2020, o che cosa vuol dire "smart city". Ma bene però: non ci bastano due parole in croce.
Giorni fa, ho intercettato un programma su RAI Scuola che ne parlava.
Full Stop. Per il resto, vuoto all'orizzonte.
Sarà che poco guardo la TV; sarà che anch'io, sempre in giro per la strada, su, in Veneto, in Emilia, in Friuli, me ne perdo parecchie. Ma era la prima volta che assistevo a una versione divulgativa dei fatti.
Come se quello che bolle in pentola non riguardasse tutti noi, grandi e piccoli.
Come se H2020 e la 'smart city' non fosse di nostro interesse.
E perbacco..