giovedì 12 giugno 2014

Fantasmi nel mio PC??



Vi segnalo oggi un fatto inquietante che mi è capitato fresco fresco.
Se non fosse che per ragioni professionali devo mantenere un atteggiamento razionale, comincerei a pensare che l'informatica sia gestita da fantasmi, che entità sconosciute governino i cloud, e che di conseguenza noi, poveri mortali utenti, non abbiamo che armi spuntate per farvi fronte.


Però non propendo per i fenomeni paranormali, purtroppo. Non avendo risposte tecniche, che esulano dalle mie competenze, mi limito ad osservare che qualcosa di strano c'è. Qualcosa che impedisce un corretto ed agevole utilizzo della tecnologia, e che rende vano ogni mio tentativo di flessibilità.
Quello che vorrei, è una spiegazione. O meglio: una soluzione.

Il caso in oggetto è presto detto.
Ho uno scambio di mail con un certo mio cliente. La mail contiene un allegato in Excel. Per ragioni di urgenza, leggo la mail sull'iPad,allegato incluso. Vi rilevo una incongruenza sostanziale e pericolosa.
Vista la natura del problema intercettato, chiamo immediatamente il mio referente. Erano le 21:00 circa, un orario non consono, in cui non mi spingo normalmente a disturbare i clienti.
Il cliente si allarma, controlla il file Excel in questione, e mi assicura che va tutto bene; il tal dato è XX e non YY come sostenevo io. Insisto: guarda bene per favore; risponde: ho guardato, è tutto OK. Sia come sia, concludiamo, ne parliamo domani.

 
Il giorno appresso verifico, e scopro tre fatti inquietanti:
- il cliente aveva ragione: l'allegato Excel, per come compariva sulla SUA mail  (inviata) era corretto
- io avevo ragione: l'allegato Excel, per come compariva sulla MIA mail  (ricevuta) dell' iPad era sbagliato
- io avevo torto: l'allegato Excel, per come compariva sulla MIA mail  (ricevuta) del PC era corretto

Il Cliente opera su un PC in ambiente windows; il mio PC è in ambiente windows; l'iPad non lo è (sistema apple/Mc).
E il punto sta tutto qui: i due sistemi non 'parlano' correttamente. La stessa mail letta nei due sistemi restituisce allegati diversi.
Incredibile, spiazzante.
Già nel passato ho avuto qualche problema in proposito, coinvolti erano alcuni popolarissimi sistemi cloud che, aggiornati da uno dei due ambienti/sistemi, non risultano affatto aggiornati sull'altro. Pensavo fosse un caso isolato. Invece è evidente che così non è.

La mia conclusione è amara.
Molto amara.


venerdì 23 maggio 2014

Comunicare non è uno scherzo




Comunicare non è affatto uno scherzo.


Comunicare richiede cura. Anche nelle occasioni supposte scontate, o banali.
Può essere molto difficile.


Bisogna aver ben chiaro:
- CHE COSA intendiamo comunicare (contenuti)
- il MODO in cui intendiamo farlo (per evidenziare ciò che ci preme)

Mi perdonino gli Esperti di Comunicazione: so che quanto sopra è grezzo, impreciso, non specialistico.
Mi serve soltanto per puntualizzare un paio di punti chiave:

Primo: la CHIAREZZA.
Prima di lanciarsi in attività comunicative, bisognerebbe AVER CHIARO l'ARGOMENTO che intendiamo comunicare; o almeno, la PORZIONE di argomento che includeremo nella Comunicazione.
Questo è lo Step ZERO.
Le altre considerazioni vengono dopo. 

Secondo: il famoso "PARADOSSO DI WATZLAWICK".
Recita come segue: "Non si può non comunicare".
Tutto di noi comunica. Anche il non comunicare è una comunicazione.


Ve ne parlo io, che dal basso della mia professione operativa/pragmatica, e da non specialista, applico un buon senso generico e generale.
E ve ne parlo, perchè mi capita di trovarmi difronte a situazioni in cui la comunicazione è assurda. Con implicazioni che lo sono altrettanto.

Cito due esperienze recenti di vita vissuta, entrambe significative.

Prima esperienza
Un documento ufficiale di alta levatura. Proveniente da fonte più che autorevole, istituzionale. Scritto in Inglese, e destinato ad attori internazionali (Italiani e non).
Non si capisce niente.
E non è un problema di lingua, l' Inglese non c'entra. E' un problema di assetto mentale di coloro che lo hanno redatto. Di capacità di comunicare con CHIAREZZA ciò che avevano in mente. O proprio di CHIAREZZA mentale insufficiente.
Di fatto, per gli utenti (io, e anche altri), una specie di rebus.
Ma mentre la Settimana Enigmistica e i suoi rebus e le parole crociate, e anche il Sudoku, li fai per divertirti, il documento in questione invece lo leggi perchè ti serve. Per lavorare. E se devi perdere ore per decifrarlo, tra capoversi e sintassi farraginose, frasi di un chilometro e discorsi insieme ridondanti e contraddittori, c'è qualcosa che non va.



Seconda esperienza


Esempio da manuale del Paradosso di Watzlawick. Aspetto una risposta (di Lavoro) per molto tempo. Sollecito, ma invano.

Decido di affrontare la situazione e incontrare di persona chi doveva darmela; e lo decido convinta che sarà un NO, che la questione non andrà avanti. Tanto le premesse facevano supporre; tanto mi aspettavo.
Organizzo l'incontro perchè nella questione avevo messo la faccia. Nella volontà di definire la questione in modo trasparente ed esplicito. Cosa fatta, capo ha.
Vado dunque all'incontro, e scopro che la risposta non è affatto un NO: è un SI'. Se il Si' non mi era stato comunicato fino a quel momento, era per una certa questione che doveva essere definita nel dettaglio e in modo formale; ma è un SI', non ci piove.
Ovviamente ne sono contenta: andare di persona, e vedersi, e parlare, è sempre cosa ottima.
Però adesso sono un po' nei guai.
I tempi sono diventati stretti, strettissimi. Con la mancata comunicazione che è durata settimane, oltre un mese, quasi due, il tempo di preparazione si è ridotto all'osso, mentre la deadline è rimasta quella, fissa.
Adesso per rispettarla devo fare le corse, e farle da centometrista.
Ovvio che le faccio, già ho le scarpette ai piedi, già mi alzo la mattina alle 5 per allenarmi con il fresco.
Ma mi chiedo: è corretto? E' giusto?
Non si sarebbe potuto evitare? 





venerdì 2 maggio 2014

La sigaretta adesso è spenta


L'avevo già detto qualche mese fa (vedi http://sandrazanobini.blogspot.it/2013/11/spegnere-come-una-sigaretta.html): una gloriosissima storia rischia di perdersi.
Sto parlando di Piombino, l'acciaieria, l'altoforno; tutto quanto costituisce la base industriale, il tessuto primario di un'intera città.
Io ho passato lì 5 bloody years, il mio battesimo di sangue. E me li ricordo tutti: per quello che sono stati, per la professionalità che ne ho ricavato, per le persone che vi ho incontrato, per la bellissima area e la spiaggia che in parte gli impanti occupano.

 

Quello per la siderurgia è un amore da vivere a distanza: questo dissi quando, dopo un po' che ne ero uscita, la proprieta' di allora mi offrì di rientrare. E ancora lo penso. Perchè si tratta di un settore intrusivo, che ti scava dentro.In particolare, lo fa il cosiddetto 'ciclo integrale' (derivante dall'altoforno), che ti coinvolge tutte le ore del giorno e tutti i giorni dell'anno, non lasciandoti pause; ma è la siderurgia ad essere intrinsecamente così, avvolgente, moschicida, risucchiante, indipendentemente dalle tecnologie utilizzate.



Da qui, non posso che essere partecipe del dolore e della preoccupazione che ispessiscono l'aria, in città. Gli abitanti, per la maggior parte di siderurgia ci vivono. La questione è molto seria.
E merita la massima attenzione. A quanto si sente regione Toscana e Governo se ne stanno occupando; non voglio entrare nel merito, ma solo coltivare una sana speranza e credere che finirà bene.
Ma c'è un fatto, sicuro: che nella migliore delle ipotesi ci vorrà del tempo. Non breve: un paio d'anni, forse più.

La storia del sito è nota, e forse triste. Dall'opulenza dell'ILVA, a partecipazione statale, a inizio anni '90 del 900 avviene la privatizzazione: subentra il gruppo Lucchini, bresciano DOC, a vocazione tondinara salvo isole di competenza e eccellenza (per esempio in quel di Lovere, sul ridente Lago d'Iseo). Recentemente i Russi. Poi, la situazione di adesso.
Per me, che pur di acciaio ho continuato ad occuparmi negli anni, a parte le logiche considerazione sui nuovi materiali che già ho fatto nel mio post precedente, un fatto salta agli occhi: la tecnologia.
Piombino è uno dei pochissimi siti siderurgici (italiani, europei) che ha mantenuto nel tempo il suddetto 'ciclo integrale'. Mentre attorno, si dismetteva tale concetto a favore di processi più flessibili e meno ingessati, in primis quello del 'forno elettrico'.
Voglio dire: quanto si prospetta adesso come la soluzione del futuro per il  sito di Piombino, il forno elettrico, è già in atto altrove da decenni. Non si tratta certo di una rivoluzionaria novita' tecnologica dell'ultim'ora.
La domanda è: perchè a Piombino ci si arriva soltanto adesso? Perchè non si è pensato, e realizzato, la trasformazione tecnologica in questione nel passato?


Due parole per spiegare ai non addetti ai lavori.
E che gli addetti ai lavori mi passino le semplificazioni, per favore.

Il ciclo integrale è quello per cui l'acciaio viene prodotto dalla ghisa; la ghisa si fabbrica in altoforno da minerale di ferro (e un'altra serie di cose). La differenza fra ghisa e acciaio, in due parole, sta nel tenore di Carbonio, molto minore nel secondo. Quindi, nel ciclo integrale, alla ghisa, perchè diventi acciaio, il Carbonio va tolto: infatti, la ghisa passa in Convertitore, dove l'eccesso di Carbonio viene soffiato via. L'analisi chimica precisa viene messa a punto nel LF, e poi l'acciaio diventa solido, bell'e pronto in semilavorati quali bramme blumi billette, tramite la Colata Continua. Segue la laminazione per ottenere il prodotto adeguato a trasformazioni industriali successive (lamiera, barre, rotoli). E mi fermo qui, non addentrandomi in finiture successive.
Quindi, il macro-flusso del ciclo integrale è come segue: ALTOFORNO - CONVERTITORE - LF-COLATA CONTINUA - LAMINAZIONE.
Il ciclo integrale ha la caratteristica della scarsa flessibilità. Non puoi fermare la produzione quando vuoi, quando ce n'è bisogno per assenza o diminuzione degli ordini. L'altoforno deve andare, per fermarlo e farlo riprendere a regime occorrono mesi. Non è che lo spegni e riaccendi così, come un tornio. Da cui si evince una seconda caratteristica, collaterale ma niente affatto secondaria: i costi, che non puoi 'flessibilizzare' e sono legati alla gestione di impianti e manodopera nonchè, in qualche modo, al fatto che la produzione è 'forzata' anche in assenza di domanda.


L'acciaio prodotto da forno elettrico non passa dalla ghisa. Il passaggio all'altoforno, quindi, non è necessario (via un'operazione dal macro-flusso). Non è necessario neppure il Convertitore, visto che non c'è alcuna ghisa da soffiare: al posto suo, c'è il Forno Elettrico, dove si fonde rottame d'acciaio a composizione chimica pertinente tramite, appunto, energia elettrica (elettrodi). Poi, come per il ciclo integrale, ci sono il passaggio al LF, la Colata Continua e la Laminazione. Quindi, il macro-flusso del 'Forno Elettrico' è come segue: FORNO ELETTRICO - LF-COLATA CONTINUA - LAMINAZIONE.
Il forno elettrico ha la caratteristica della flessibilità.Se necessario, lo si può spegnere e nel giro di poco lo riaccendi. Nel caso di mancanza di ordini, puoi tenere ferma la produzione e mandare a casa il personale. Altra caratteristica: l'alto impatto dell'energia elettrica sull'esecuzione del processo. E quindi, costi relativi. Ho visto, nella mia vita, acciaierie funzionare di notte soltanto, quando l'energia costava meno (potrei fare nomi e cognomi di realtà che non esistono più) e prosperare. Insomma, le soluzioni per minimizzare i costi esistevano; ed esistono tuttora a maggior ragione, io credo, con la liberalizzazione del mercato dell'energia elettrica. Ultima caratteristica: la rumorosita'. Da non sottovalutare, affatto.


Tornando a bomba: nel passaggio dal ciclo integrale al forno elettrico i vantaggi economici, apparentemente, sono evidenti. Sperabilmente, se e quando tale passaggio verra' utimato, il sito siderurgico di Piombino rinascera' a nuova, frizzante vita. Fra l'altro, per quel che si sente, anche l'altoforno potrebbe risultare rinvigorito da una nuova drastica cura, ed essere mantenuto attivo, non producendo piu' per l'acciaiera ma per terzi. 
Il punto non è questo; al netto di ogni considerazione sulla domanda attuale e futura di acciaio, e del trend di utilizzo dei materiali alternativi, il punto non e' tecnico. Il punto e' l'assenza, al momento, di un imprenditore che mostri un reale interesse per il sito, e che si spenda in impegni concreti.
L'ho detto: occorre dare spazio alla speranza. E tenere duro, lavorando bene per costruirselo, il futuro.


sabato 19 aprile 2014

Reputazione (o reputescion)


Questa volta non vi annoierò con post lunghi ed articolati.
Intendo parlarvi brevemente di quanto mi ha riferito un mio contatto di fiducia, che ritengo preparato, competente e serio. Come spunto di riflessione.

Prendiamo due aziende che producono prodotti simili, e che dunque sono competitor, rivolgendosi anche a mercati simili. Chiameremo la più famosa 'A', e l'altra, di dimensioni più ridotte, 'B'.

Il mio contatto di cui sopra è un addetto ai lavori, e le conosce entrambe; o meglio, conosce i loro prodotti. Conosce quel che il mercato, in generale, pensa di loro, e inoltre, per esperienza diretta, ha una propria opinione su ambedue.
La quale  non si discosta affatto da quella del mercato.

Il punto è il gap che c'è fra quello che il mio contatto (e il mercato) pensano di 'A' e di 'B', e quello che le stesse 'A' e 'B' pensano di se stesse (*). Peraltro, i prodotti di 'A' e 'B' sono percepiti in maniera del tutto simile.
La domanda è: perchè esiste tale gap?

 

Il succo sta tutti qui: bisognerebbe essere coscienti di come ci vede il mercato.
Bisognerebbe avere le idee molto ben chiare.
Altrimenti si prendono delle belle cantonate. E non si vende.
Per esempio, si potrebbe pensare che invece di cespugli piccoli e radi, nel nostro giardino ci siano sani e pasciuti baobab. E di conseguenza, riempire la staccionata di cartelli VENDESI MAGNIFICI BAOBAB, mentre dal di fuori solo cespugli si vedono.
Per cui nessuno entra a comprare.

Meditiamo, meditiamo!

(*) informazione che ho tramite altre fonti, ugualmente autorevoli e 'certificate'

domenica 6 aprile 2014

Fare networking


Capita a tutti di incontrare persone (lo chiamano 'fare networking'), scambiarsi idee sulla situazione del lavoro, e poi alla successiva approfondire, conoscersi meglio, volersi fare un'idea più reale della persona e del lavoro che svolge.
Ed è capitato anche a me.

 
In una serata di networking, qualche tempo fa, ho incontrato una persona che si occupa di certificazioni di prodotto e sistemi; svolge anche misurazioni e tarature. Un business piuttosto articolato.
L'ho carinamente ascoltato, è un tipo simpatico. Ci siamo fatti un aperitivo, e alla successiva, un incontro un po' fortuito, dato che insisteva sono andata a visitare la sua Società.
Mi ha mostrato le sue strutture. Mentre giravamo per i locali me ne ha spiegato la linea commerciale, e anche la peculiare politica che attua con i propri dipendenti, collaboratori esterni e Clienti. Idee chiare, le sue. Tutta una rete cartesianamente costruita di dare - avere. Con cui fa sanamente business da anni.
Interessante, devo dire, a livello di benchmark e conoscenza generale; una piacevole oretta di condivisione.
Per cui stavo lì ad ascoltare con animo tranquillo, attento.
Fin quando terminato il giro, da ultimo, sulla porta, mentre mi porge la mano:
"Non ti ho chiesto nulla" mi fa " tanto so bene di che cosa ti occupi".

Dirigendomi speditamente verso l'auto parcheggiata lì nei pressi, sono stata assalita dal sospetto della manipolazione. E di conseguenza, da un po' di irritazione. 

Infatti, quella persona non sa affatto di cosa mi occupo, questo è certo: a malapena ho avuto il tempo di accennargli qualcosa di vago. Quanto sopra evidenzia inoltre che non è per niente interessato ad approfondire. 
- Stai a vedere - mi sono detta - che intendeva usarmi per farsi un po' di pubblicità.
A questo serviva il tour, con tutta evidenza: a illustrarmi il prodotto da reclamizzare.


Inquietante - non c'è che dire - un' unilateralità così esplicita, sfacciata. E il dare per scontato che io sia disponibile a diffondere il suo nome per le valli e per i monti.



Da parte mia, un'oretta persa? Niente affatto: una lezione ripassata.
E' importante tenere a mente come non si fa.

domenica 23 marzo 2014

Sotto il tappeto? No, dietro la porta





     Mi è capitato di recente di parlare con una Società di Servizi mia Cliente riguardo i reali vantaggi dell’applicazione della Lean Enterprise. 
     - Non so che cosa hanno in testa certi imprenditori – mi diceva uno dei soci – quando iniziano un percorso Lean. Di fatto, puliscono un’area e ne sporcano un’altra. 
     - In che senso? – ho chiesto, allarmandomi un attimo 
     - Minimizzano le scorte all’interno dei reparti produttivi, che risultano puliti, asettici, fluidificati. E’ chiaramente visibile. Ma al di fuori, regna il solito caos: magazzini stracolmi, disordinati. Il MUDA ‘Inventory’ ingrassa.  
     - Be’, non mi sembra colpa del fatto che abbiano applicato la Lean. Piuttosto, è che ne hanno applicato solo una parte. Il più e il meglio, legato al rapporto con i Clienti e con i Fornitori, non è stato toccato.
     - Vero – ha convenuto il Cliente – e Dio sa quanto bisogno ce ne sarebbe, invece.




     Proseguendo nella discussione, ho poi capito qual era il reale nocciolo della questione. Non tanto la Lean in sé, quanto il fatto che da quella parola magica ci si aspetta un po’ di tutto, come fosse una panacea. Per esempio, ci si aspetta che i Fornitori, in uno schioccar di dita, diventino Lean: ovvero, che la qualità di quanto forniscono sia quella richiesta, e che quella qualità venga fornita in tempo, esattamente nella quantità ordinata. E ci si irrita pure, se non lo sono. Come a dire: noi lo abbiamo fatto, e voi che aspettate?  
    -  Il punto – diceva quel socio – sta nei lotti di fornitura. Ne esamini un campione in accettazione, e trovi che qualcosa non va. Allora li metti da parte, e poi chiami il Fornitore e glielo dici, e con quello a discutere se se li riprende, se invece te li tieni tu, eccetera eccetera 
     - E i lotti magari sono grandi, vero? 
     - Come no: centinaia, migliaia di pezzi  
    - Il chè non aiuta  
    - Per niente.



Il Fornitore consegna secondo accordi con il Cliente, e lì sta il succo della questione. E’ il Cliente che educa il Fornitore, ormai è chiaro. Se a lavorare bene, o a lavorare male, dipende. Dalle scelte e dalle occasioni di ambedue.



Ma che cosa ha a che fare tutto questo con la Lean?

Niente.

O meglio: tutto questo ha a che fare con la selezione dei Fornitori, con il loro monitoraggio e con la loro continua ottimizzazione; che adesso impone una riflessione anche sulla loro condizione di Aziende Lean.

C’è stato un tempo in cui le grandi Aziende hanno scelto di lavorare sui (o con i) Fornitori per far arrivare la loro Qualità a un livello accettabile, e poi ottimale. Alcune hanno fatto il primo passo, altre poi hanno seguito. Adesso, a distanza di anni e anni, i risultati si vedono. Anche se il livello non è uniforme, e non in molti casi da noi si può parlare di eccellenza.

La prossima frontiera, già praticata altrove (qui poco), sarà lavorare con Fornitori Lean. A costi ragionevoli, con un livello di qualità ottimale, secondo un modello logistico fluido, puntuale e specifico. Lo squeezing del Fornitore non sarà più sostenibile, già adesso c’è ben poco da strizzare; ma sostenibili dovranno essere le performance attese dal Cliente in termini di prezzo, qualità e puntualità/flessibilità. Ed è qui che entra in gioco la Lean.

Nel migliore dei casi, i Supplier Developers (evoluzione degli storici SQA o SQE) si concentreranno sul supportare e condurre i Fornitori verso l’applicazione della Lean; nel worst scenario, i Fornitori non lean saranno semplicemente eliminati.

La direzione è tracciata. E il mercato rema con forza.



A me, non rimane che sottolineare un punto: cosa vuol dire ‘Fornitore Lean’?

Vivaddio, non esiste, uno standard a cui riferirsi per giudicare ON/OFF se una certa Azienda è diventata Lean, né esistono certificazioni di sorta. In virtù del Continuous Improvement o del Kaizen, che per definizione non si legano a un traguardo, non esiste una meta, un punto di arrivo raggiunto il quale un’Azienda – e un Fornitore – possono ritenersi Lean e magari ottenere un bollino.

Un Fornitore, a mio giudizio, è tanto più lean quanto più efficientemente e sanamente riesce a garantire al Cliente le performance richieste; quanto più, quindi, prospera e cresce insieme al proprio Cliente; e quanto più, inoltre, tende a migliorare con continuità, sempre, spingendo i propri sforzi nella direzione di portargli vantaggi e opportunità ulteriori. La chiave sta nell’averne ben chiare le necessità, che sono poste direttamente al centro.

Il Futuro? Di certo; ma anche il presente.

Conviene prepararsi: non si scappa.

sabato 15 marzo 2014

Io guido da sola (vol.2)



Ricordate che cosa dicevamo qualche mese fa, in Novembre, con l'occasione del Salone dell'Auto di Tokio? No?
Della Mercedes, dicevamo, che lo scorso Agosto ha festeggiato i 150 anni del primo "viaggio" in auto (fatto da Bertha Benz) con la prima "auto che si guida da sola". Se avete voglia, andate a rileggervi il post (http://sandrazanobini.blogspot.it/2013/11/io-guido-da-sola-cavallo-parte.html ).

Bene, adesso è un fatto che la tendenza stia prendendo piede: e se è vero che non abbiamo l'onere della prova, essendo la questione un po' sotto gli occhi di tutti, tuttavia citiamo a riprova ancora un salone dell'Auto, quello di Ginevra (appena concluso). E la "XChangE", l'auto a guida autonoma del futuro che vi è stata presentata dalla Rinspeed.

 Ma prima di addentrarci nel caso specifico, guardiamo un po' di chi stiamo parlando.


Rinspeed è un qualcosa che balza agli occhi. Un Laboratorio di innovazione automobilistica che propone Concept avveniristici studiati con partners di massimo rispetto. Andate al sito web (www.rinspeed.eu) e ve ne toglierete la voglia. Nella home page, con una dichiarazione di intenti più che esplicita la Rinspeed si definisce un creative think-tank and mobility Lab for the Automotive Industry.Where the future is reality - today; seguono una serie di statements ispiratori di Ghandi, John Lennon e Walt Disney puntati direttamente al cuore di chi legge. Mr.Rinderknecht, il fondatore e CEO, ha le idee molto chiare e la passione necessaria a svilupparle, evidentemente.
Foto e video riassumono il lavoro fatto nei 36 anni di vita della Società, e vi assicuro che è un piacere soffermarcisi pur brevemente. A me si sono riempiti gli occhi di meraviglia.

Ogni anno, Rinspeed presenta un proprio Concept al Salone di Ginevra. Giusto come esempio, guardatevi la proposta del lontano 2008: la "sQuba" (http://www.youtube.com/watch?v=6E4q7p6R3Og), l'auto che diventa subacquea. La prima al mondo.
Intendiamoci: non un sottomarino. I film di James Bond, il da molti amato agente 007 cui pure il Concept è ispirato, stanno ancora ben lontani: qui, si va sott'acqua non a tenuta stagna, ma lasciando che l'acqua entri liberamente nell'abitacolo. La tenuta stagna avrebbe comportato un aumento di peso del veicolo di circa 2 ton, che è quanto necessario a farlo restare giù, ovvero a contrastare la spinta in alto della bolla d'aria che resta imprigionata nell'abitacolo; qualcosa di insostenibile. In sostanza, l'auto manca di tettino e quindi, standovi dentro ci si bagna: poco male. Da parte del guidatore e passeggero (è una biposto), bisogna avere l'accortezza di indossare le maschere e collegarsi all'ossigeno disponibile in bombole nell'auto stessa; il resto viene da solo. L'auto ha due eliche che ne consentono il movimento in acqua, ciascuna alimentata da un motore dedicato; la sua guida su strada - o almeno, fuori dall'acqua - è consentita da un ulteriore motore separato.
 


Cose un po' da fantascienza: da film, appunto.

Ma torniamo alla "XchangE".
Quello che balza agli occhi. è l'elevatissimo contenuto tecnologico, ma non bisogna farsi trarre in inganno. In realtò l'auto, pensata sulla base della "Tesla S", ne evolve mettendo l'uomo al centro: la tecnologia è funzionale allo scopo, e non l'obiettivo di per sè. La domanda chiave che Rinderknecht si è posto, cavalcando la certezza che l'auto che si guida da sola sarà a breve sul mercato, è: come deve essere progettato l'interno del veicolo, per far sì che il guidatore. non più impegnato alla guida, faccia un ottimo uso del tempo guadagnato?
La risposta è nel Concept XchangE.
L'interno è innanzitutto confortevole come un salotto di classe extra-lusso; e deriva in qualche modo dalla business class degli aeromobili. I sedili, sviluppati da un'azienda che si occupa anche di medicale (poltrone dentistiche), consentono una ventina di posizionamenti, nella più ampia flessibilità e comodità. L'auto può essere guidata da una persona, oppure "guidare da sola"; il volante si sposta di conseguenza. Gli occupanti hanno davvero il massimo del comfort negli strumenti a loro disposizione per sfruttare il tempo del viaggio, ed è qui che la tecnologia di cui sopra la fa da padrona: puoi ruotare i sedili a formare un salotto, puoi sdraiarti e riposare, spippolare su una qualche tastiera per lavorare o socializzare, guardarti un film. Tanto, a scanso di equivoci e per ogni evenienza, c'è un sistema di back-up per la sicurezza (non fosse mai che un qualche computer di bordo perde la connessione o i dati, e ci sbatte contro un platano - vedi "Film Blu" di Kieslowski, per esempio).



La riflessione che resta, almeno da parte mia, è sul prezzo di vendita: quanto costerà mai questo prodigio, una volta che sarà pronto per il mercato? Le soluzioni adottate sono tanto sofisticate che in pochi, con questi chiari di luna, se la potrenno permettere. La speranza è che, risollevamento del mercato a parte, la corsa simultanea che molte case automobilistiche stanno facendo per arrivare all'appuntamento del 2020 con un'auto che si guida da sola, renda le soluzioni adottate abbordabili per il normale utente.
Altrimenti, il frutto sperato non verrà colto.
E gli sforzi fatti si riveleranno vani. Per tutti.

(NB: io ho anche il problema del mal d'auto, nonostante sia su una media di 50-60mila Km/anno di guida; ma si sa, quando si guida non si soffre, o si soffre solo un po'. E mi chiedo quindi come farei, come farò ad utilizzare quest'auto, o un'altra, ruotando il sedile per formare il salotto, se in treno - il mezzo più innocuo che ci sia, sempre in rettilineo - devo scegliere i posti in direzione di marcia. Che il problema sia solo mio? Mah)