lunedì 27 luglio 2015

Spaccato di estate (con bollore)

 
Un po' come il sogno di una notte di mezza estate, di Shakespeariana memoria, ma molto di più.
Molto diverso in realtà.

Oggi parliamo di 'Job Description'. Qualcuno la chiama 'mansionario'.
E cominciamo con il chiederci a cosa serve.
  • Domanda: a cosa serve?
  • Risposta: a capire cosa serve.
  • Domanda: per far cosa?
  • Risposta: c'è scritto nella Job Description

 Ovviamente provocatorio, l'avvio di questo post. In realtà scherzoso.
La 'Job Description' - lo dice la parola - è la 'descrizione del posto di lavoro'.
A tutti i livelli.
Ci dice quali sono i requisiti necessari a ricoprirlo, il posto di lavoro, nonchè le responsabilità e attività che è chiamato a svolgere colui che lo ricopre.

Ricominciamo.
  • Domanda: a cosa serve la Job Description?
  • Risposta: a capire che cosa serve (per ricoprire la posizione descritta)
  • Domanda: per fare cosa (per svolgere quali compiti, per avere quali responsabilità?)
  • Risposta: c'è scritto nella Job Description (vedi sezione 'contenuti della posizione')

Bene. Adesso sappiamo di cosa stiamo parlando. 
Almeno a grandi linee.
Ma le domande non sono finite.
  • Domanda: e tu, Sandra, che c'entri con la Job Description? Mica sei delle Risorse Umane!
  • Risposta: ci mancherebbe altro. C'entro in quanto penso, lavoro, contribuisco a trovare soluzioni
  • Domanda: e in quale modo contribuisci, per quanto riguarda la Job Description?
  • Risposta: coinvolgendo i diretti interessati e i loro responsabili, nello scriverne di nuove e nel ranzare via qualche vecchio documento (sciatto, obsoleto) fatto ad uso e consumo di auditors o per altre situazioni una tantum. Nel convincere a mantenere la situazione sempre aggiornata. 

Adesso, un passetto in avanti.
 
Ricominciamo con le domande (diceva Eduardo: gli esami non finiscono mai):
  • Domanda: a cosa serve la Job Description?
  • Risposta: a misurare
  • Domanda (obiezione): eh no! Prima, per ben due volte, hai detto che serve " a capire cosa serve".
  • Risposta: vero. Ma adesso stiamo facendo un passetto in avanti e quindi le cose mutano, si arricchiscono, apparentemente deviano: serve a misurare. Anche.
  • Domanda: santa donna, a misurare cosa?
  • Risposta: quanto la persona X (Mario Rossi) è in linea con i requisiti della posizione. Allo scopo di individuare i gap e provvedere alla necessaria formazione (in aula, on the job, come vi pare e soprattutto come necessario)

Lo sento: un coro di "oooohhhhh" (chi cantava, qualche anno fa, che "i bambini fanno ohh"? ).
Qui entriamo in un campo minato; allungando un attimo la gittata, ci infiltriamo nel rischiosissimo campo della valutazione della performance del personale: su cui non mi soffermerò. Gli HR sono pagati per questo e hanno l'elmetto in dotazione. Io, avendo soltanto la penna, praticamente sto disarmata.

Adesso veniamo al dunque.
  • Domanda: dove ci vuole portare Sandra, in giornate così bollenti, con tutta questa popo' di introduzione?
  • Risposta: a qualche tempo fa. A qualche secolo fa (ma non molti). A una professione particolare.
Ritorno all'inizio:
  • siamo in estate
  • le aziende comunque continuano a funzionare
  • i cervelli ribollono nonostante l'aria condizionata (benedetta!) che attenta alle nostre gole.  
Il mio non fa eccezione. Continua ad elaborare ciò che vede e legge.
Ma con una vena leggermente alterata però.
Forse.

E quindi vi parla della figura professionale del boia.
 Avete capito bene: del boia.
Per come era intesa ai tempi della rivoluzione francese (1789) o giù di lì.
O meglio: intorno a quei tempi, a partire dall'alba del Medio Evo e per vari decenni ancora, direi un secolo e più. Finchè, almeno alle nostre latitudini supposte civilizzate, non è stata sostanzialmente rivista (abolita?).

Ed ecco la 'Job Description' del boia (dei "bei" tempi).
  • Scolarità richiesta: nessuna. Richiesta invece la provenienza familiare (i boia si tramandavano la professioni di padre in figlio, e si sposavano fra loro)
  • Esperienza richiesta: a giudizio del supervisore (training on the job praticato dal padre, con certificazione 'orale' del raggiunto livello di competenza - decideva lui e stop)
  • Contenuto della posizione: 
  1. manutenzione delle attrezzature (mica era un impiegato statale il boia di allora: erano sue la forca, le lame. In sostanza si trattava di un imprenditore, e quindi a lui spettava il compito di garantirne la perfetta funzionalità: l'affilatura, per esempio)
  2. primo pezzo valido - PPV (provare prima dell'esecuzione che la macchina fosse del tutto funzionante)
  3. evidenza del raggiungimento degli obiettivi (nel caso della ghigliottina, la testa mozzata veniva mostrata agli astanti)
  4. 5S (la pulizia del patibolo, la rimozione dei resti, erano a suo completo carico)
  • Compenso: non alto, e comunque sistematicamente corrisposto in modo che il committente (sperabilmente pubblico!), nella persona di colui che consegna materialmente in danaro, non avesse modo di toccare fisicamente il boia. Spesso il danaro veniva posto a terra, e da lì il boia lo raccoglieva. letteralmente: non sporcarsi le mani. Si trattava di un modo che faceva salvi tutti: il committente,che delegava a un "immondo" le azioni in realtà da lui stesso decise, e il boia stesso, abituato a sentirsi "immondo" (vedi punto 1: chi non era boia, con i boia non si imparentava. Erano i reietti).
Personaggi celebri che hanno svolto per anni, in maniera onorata, la professione: i signori Sanson. Un'impresa familiare (e non poteva essere altrimenti) prospera e rinomata.
Henri Sanson lasciò nel 1848 un libro di memorie, pubblicato da una casa editrice italiana solo nel 1925, con tutti i dettagli della professione; il quale in particolare si concentrava sull'operato nel periodo immediatamente successivo alla Rivoluzione Francese.

Il nonno di Henri fu colui che raggiunse il picco di produttività nel quinquennio 1789 - 1794: oltre 2900 esecuzioni effettuate (fra cui quelle di Maria Antonietta e re Luigi). Un vero recordo, credo (spero) rimasto imbattuto.
Ma anche questa professione, ironia della sorte!, presentava i suoi pericoli. Un figlio del recordman, nel mostrare una testa mozzata, si sbilanciò e cadde, morendo.
Un infortunio sul lavoro su cui non si aprì alcuna indagine, nè si fece clamore.
Erano altri tempi. L'INAIL, la ASL, la Polizia Giudiziaria, erano di là da venire.

Ritornando al dunque.
  • Domanda: dove ci vuole portare Sandra, in giornate così bollenti, con tutta questa popo' di introduzione?
  • Risposta: non lo so di preciso. A riflettere. 
Buona estate bollente a tutti !


 

giovedì 25 giugno 2015

PROBABILMENTE DOVREI SCUSARMI..


 .. probabilmente sì.
Sono stata a lungo assente e per molto tempo non ho scritto.
Banale dire che non ho avuto un attimo di tempo, che la mia professione mi impone tour de force geografici e automobilistici non da poco: tutto verissimo.
Ma se uno decide di aprire un blog, poi deve essere coerente. E rispettare le cadenze, leggere i commenti, interagire.
Quindi, rimedio.

Intanto, eccomi qui di nuovo.
Con una riflessione riguardo la reputazione.
No, non la reputazione sul web, una volta tanto: la reputazione tout court, nella vita professionale giornaliera. Quella che si ha in azienda, per esempio, dove si passano ore e ore ogni giorno.
Mi capita di incontrare situazioni aziendali poco felici, da questo punto di vista. Con voci poco piacevoli che serpeggiano fra le scrivanie, e anche risolini.
Qualcuno, magari non troppo simpatico, magari non giovanissimo e neppure particolarmente prestante o rampante, diventa lo zimbello. Non gli si sconta un errore, e molto tende ad essere classificato come tale.
Oppure, la persona in questione parla e gli altri, che non lo capiscono, concludono che è un buono a nulla, uno che - questo ho sentito con le mie orecchie - " a mangiare il panettone non ci arriva" (buona anche la variante "colomba"). Invece poi costui ne divora alquanti, di panettoni o colombe o dolci tipici regionali.


Io, semplicemente, mi chiedo a chi giova questo atteggiamento generale. E anche come nasca, e come sia tollerato o non scoraggiato. Sempre di più, constato che questi atteggiamenti si incontrano nelle realtà meno avanzate, dove i problemi ci sono eppure ci si tende a convivere, non so se con rassegnazione o con incoscienza (probabilmente entrambe). Certo non è mia intenzione generalizzare e mi scuso sin da adesso se così sembra. Ma questa è una cosa che proprio non mi piace.

Trovo che oltretutto si tratti di un atteggiamento poco proficuo. Chiaro che nelle relazioni interpersonali il fattore umano, la sintonia e la simpatia siano fondamentali perchè le cose vadano bene; ma qui si parla di lavoro, e al lavoro bisogna pensare, cioè a fare ciò che serve perchè coloro che ci pagano continuino - o ritornino - a prosperare, e non altro. Al bar, a casa, con gli amici, si hanno altri atteggiamenti, ci si prendono confidenze, si fa quel che si vuole: ma al lavoro bisogna unirsi affinchè il lavoro - appunto - progredisca. Fare di una persona uno zimbello non va affatto in questa direzione; parlarne esplicitamente male quando non c'è, o riderne, o fargli velatamente il verso mentre non guarda, in una parola "screditarlo", è certamente una gran perdita di tempo, un'inefficienza significativa. Oltre che una grave mancanza di rispetto.


Scusate, ma io sono un essere semplice. Amici e partner ce li possiamo scegliere; i colleghi, non sempre. Bisogna trovare il verso di conviverci e di fare il nostro meglio per lavorare insieme. Chi non ci piace molto non sarà colui che ci accompagnerà la mattina della domenica nelle nostre escursioni in mountanbike, o chi inviteremo ogni pomeriggio a prendere il caffè alla macchinetta automatica: sarà quello a cui ci rivolgeremo con rispetto quando il lavoro lo richiede, e con cui avremo cordiali rapporti comunque. Senza per questo diventare amici per la pelle per forza.

Per me, la chiave è una sola: rispetto. Se ne mostriamo verso gli altri, gli altri ne mostreranno verso di noi, prima o dopo. E' una legge di natura.
E poi, mi dico: invece di indulgere in questi esercizi di piccineria, pensiamo a lavorare. Concentrati e positivi. Magari provando a capire il prossimo, invece di tranciare giudizi.
Lo so, può sembrare meno divertente; ma ne vale la pena.

martedì 10 marzo 2015

LA CHIAMAVANO "PULIZIA"


 .. un tempo, sì. Ma quei giorni sono lontani.

Dopo, c'è stato chi la chiamava "housekeeping", una bella parola inglese, apparentemente trendy. Ma ormai il termine è obsoleto, vecchio come il cucco.

Adesso si dice "5S", e neppure è necessario essere tanto alla moda per parlarne con disinvoltura. Tanto meno serve esserne esperti.


Infine, ci sono quelli dell'ultim'ora. Quelli che le nuove tendenze le anticipano, le creano, Quelli che ne sanno una più del diavolo.
Per loro c'è sempre tempo, spazio e la massima apertura, a braccia spalancate.

Ed ecco che fa capolino il Management by Cleaning di cui vi ho già parlato in tempi non sospetti (vedi post https://www.blogger.com/blogger.g?blogID=6972247911627026484#editor/target=post;postID=9154947894204274427;onPublishedMenu=allposts;onClosedMenu=allposts;postNum=35;src=postname ).

Ed ecco infine la più recente fra le ultime tendenze, quella che "spacca", nuova di pacca, fresca fresca: Marie Kondo. Direttamente dal Giappone, a noi curiosamente tanto vicino negli ultimi anni industriali.
 
 Marie mi colpì già a Novembre scorso, quando la intercettai su un D-Donna di Repubblica che mi era capitato fra le mani per caso, in ultima pagina (se vi va, dateci un'occhiata http://d.repubblica.it/casa/2014/11/25/news/riordinare_la_casa_decluttering_buttare_via_il_superfluo-2388416/ ).
Poi, presa dalla vita di tutti i giorni, qua e là a sgommare e a questionare, francamente mi era passata di mente. Ma ciascuno è figlio di ciò che fa (oltre che di ciò che mangia), per cui sgommando e guidando, nello scaffale di un autogrill, non lontano dall'analogo Management by Cleaning di cui sopra, ho trovato il suo best seller: "Il magico potere del riordino".
Mi sono buttata (si vive una volta sola!): e me lo sono comprato. Complice il prezzo non proibitivo.

La lettura mi suscita alcune riflessioni che vorrei condividere, al di là di ogni facile polemica.

Maria Kondo si qualifica come consulente domestica e tiene corsi dal titolo "lezioni di riordino e organizzazione per signorine", ma anche "lezioni di riordino e organizzazione per uomini d'affari". Apparentemente c'è uno scollegamento, nella sostanza invece no. Cosa li lega è un principio di base.

Non so se alle nostre latitudini ci sono signorine che si lascerebbero incantare da un simile corso; ma sono quasi certa che qualche sedicente manager lo si troverebbe, qua e là, disposto ad ascoltare. Le cifre richieste non so quali siano, ma so che Maria sta facendo fortuna.Attenzione, quindi.

Il principio di base suona più o meno così: riordinare per fare i conti con il passato e liquidarlo laddove non fosse più funzionale, per iniziare un modo di vivere essenziale e vicino a ciò che veramente siamo, per liberarci di ciò che non serve. Marie afferma che funziona anche sul lavoro, dove non agiamo essendo altri da noi stessi, guarda un po', ma essendo proprio noi stessi
 
Applicando il metodo suggerito, le persone trovano una propria strada, più che una propria felicità soltanto (come se fosse poco). C'è chi apre una nuova attività, come aveva sempre voluto, licenziandosi, e chi conclude più affari e con maggiori risultati, infatti; oltre a chi perde chili su chili e migliora la propria vita di coppia. Così afferma Marie Kondo attraverso le testimonianze che trascrive.
 
 Il metodo di Marie Kondo è tranchant: non si riordina un poco alla volta, dice lei, ma una volta per tutte. senza pericolo di tornare al caos iniziale. Risolutivamente

Mi chiedo che cosa sia il caos iniziale: a ognuno il suo. Secondo me, agli occhi di Marie, che deve essere stata una ben strana ragazzina, ostica e puntigliosa, il caos comincia con un calzino fuori posto, una penna spostata. Lontana dal concetto di molti di noi. Ma non dalla sua cultura, e qui sta il primo punto notevole: Maria ne è, ovviamente, imbevuta.

Marie Kondo però, per come si presenta, è un inseme unico di cultura e personalità. La cultura da sola non basta. Gli episodi personali che racconta ne tracciano un ritratto inquietante. Da ragazzina, avvicinatasi all'idea del riordino, racconta di aver impiegato il tempo della ricreazione in cui tutti i suoi coetanei andavano a scalmanarsi a riordinare i libri sugli scaffali, e anche a controllare il contenuto dell'armadio delle scope nel corridoio, scuotendo la testa perchè vi mancava un gancio a S; e non per eseguire un compito o un ordine, ma per il proprio piacere. Oppure, si legge nel libro che operava in famiglia per riordinare - leggasi 'buttare' - anche le cose dei propri familiari, suscitandone le ire. Insomma, per Maria il riordinare e buttare è una passione personale, prima che culturale.
 
 La cosa che mi fa pensare a quelli - che a Firenze si chiamano 'pisseri' - che entrano in casa tua e arricciano il naso per gli odori, o che si vantano per quanto sanno bene organizzare (ne conosco un paio insopportabili), o che stanno sempre a pulire e non vogliono animali perchè sporcano (mentendo a se stessi però: 'peccato, perchè davvero li amo tanto'). Mi fa pensare a un tizio che conobbi anni fa, il quale riportò in stireria un intero set di camicie perchè la di lui sorella, incaricata della loro pulizia (e anche su questo ci sarebbe da riflettere), aveva osato piegarle, peraltro impeccabilmente.

Il metodo, nei fondamentali, ricorda pericolosamente le 5S. Le due fasi del riordino suggerite da Maria sono infatti le seguenti: 1) valutare se buttare un oggetto oppure no 2) decidere la collocazione di quell'oggetto. Niente di nuovo sotto il sole, per i 5S pratictioners. In questo, il tratto culturale giapponese è fortissimo, evidentemente. Escludo che la signora, infatti, abbia lavorato in Toyota. Ma chissà.

Il libro si dilunga su una quantità di dettagli davvero interessanti dal punto di vista culturale. Io non amo gli haiku, per esempio (non sapete cosa sono? cliccate qui http://it.wikipedia.org/wiki/Haiku) ma da altri aspetti della cultura giapponese sono incuriosita. Nel libro, il paragrafo sugli idoli è davvero intrigante. Così, scopro che le ragazze giapponesi collezionano amuleti per una quantità di buone cause, tra cui spicca quella di trovare un buon partito (così è detta male: un marito, un amore). Che vengono loro regalati da madri nonne zie e quant'altro - Marie, alle ragazze, suggerisce di far pulizia anche di questi, e di creare, a scrematura avvenuta, un piccolo altare domestico sull'ultimo ripiano della libreria. Ohibò, davvero un ottimo senso pratico.


Concludo con una delle frasi più rivelatrici che ho trovato nel libro: "in Giappone si sente dire spesso che fare le pulizie di casa e far brillare i sanitari porta fortuna". Al suo confronto, le osservazione di Maria sulla qualità dell'Economia Domestica insegnata nelle scuole e sugli stessi diplomati in Economia Domestica (estinti alle nostre latitudini), semplicemente impallidiscono.
Sta qui, nei fondamenti culturali di questa frase, l'humus che ha portato al 'Management by cleaning', alle 5S e via dicendo.
Non essendo una specialista in materia di cultura giapponese, mi scuso con gli esperti se al fenomeno altri fattori avessero contribuito, di cui ignoro l'esistenza; sono pronta a fare ammenda. Ma riconoscerete che un filo logico, un innegabile legame c'è.
Che purtroppo, o fortunatamente, da noi invece latita.


        

martedì 3 febbraio 2015

IL PARAGONE NON E' IMPROPRIO


No, non lo è. Il paragone non è improprio.
Ed è facile capirlo, adesso, in tempo di elezioni.

Di cosa parlo? Di questionari di soddisfazione del personale, Di indagini di clima aziendale. E mi scuseranno gli esperti nel campo se utilizzerò termini poco scientifici, inadatti, non professionali.

Le elezioni politiche servono a determinare chi governerà il paese, o la regione, o il comune: chi governerà qualcosa che ci riguarda. Con le elezioni esprimiamo il notro parere: ci piacerebbe governasse questo signore qui, proprio lui, o questo partito qui, i cui ideali ci corrispondono. I cittadini prendono posizione. Tramite le elezioni possono dire: non tu, ma lui. E di conseguenza, chi governa quel 'qualcosa' può cambiare, un altro può arrivare. E questo è il potere, l'essenza fondante della Democrazia.



La finalità delle indagini di clima Aziendale, dei questionari di soddisfazione del personale,  non è affatto la stessa. L'azienda non è certo una Democrazia: chi governa quel 'qualcosa' che ci riguarda sta lì per motivi altri rispetto a una scelta deliberata del 'cittadino aziendale' (ovvero, dei dipendenti, in tutte le loro possibili forme di contratto). Sta lì perchè scelto dalla Direzione, dalla Proprietà o da altri, in quanto ritenuto la persona adatta a ricoprire quel ruolo e a fornire i risultati richiesti
La finalità dell'indagine di clima è quella di comprendere il modo in cui il 'cittadino aziendale' vive l'azienda, valutarne il gradimento, considerare i segnali che ne derivano e intraprendere delle azioni migliorative (se, quante, quali: secondo giudizio del committente, a suo rischio e pericolo).


Da qui, il sospetto che paragonare le elezioni politiche e le indagini di clima aziendale - o i questionari di soddisfazione - sia del tutto improprio.
In effetti, secondo me non lo è e le due questioni presentano un punto essenziale di comunanza: il fatto che una 'popolazione' esprima un'opinione, e che con questa opinione si debba fare i conti in termini di azioni.
La cosa risulta evidente, in particolare, quando si procede all'analisi dei dati.

In questo momento sto ragionando sulla questione per un supporto in merito che mi ha chiesto un Cliente. Le mie considerazioni sono le seguenti, in breve:
  • il dato della mancata partecipazione è importante, in ambedue i casi. Chi non si esprime in politica lo fa per una quantità di motivi, che vanno dalla protesta al senso di totale impotenza; chi non si esprime in azienda lo fa per questi motivi, o anche per paura (di essere riconosciuto, di rimetterci in qualche modo)
  • il dato della mancata partecipazione è la prima informazione da valutare: se è molto elevato, ha poco senso dare risalto ai risultati di chi si è espresso. Chi si è espresso non rappresenta la popolazione nella sua interezza, nè ne è un campione rappresentativo; piuttosto, rappresenta la parte non ancora 'persa' della popolazione, che quindi - potremmo dire 'per definizione' - è mediamente più favorevola all'Azienda. Darvi risalto corrisponde, in qualche modo, a 'falsare' la situazione reale: al di là della pura statistica, è un fatto che andrebbe sottolineato. 
  • un po' di ricordi: come andava alle elezioni studentesche del liceo? Votavano in 3, e quei 3 se la suonavano e se la cantavano. Di fatto nessuno, fra gli studenti, davvero contava su di loro, nè le loro decisioni o voci avevano alcun peso.
  • se il dato della mancata partecipazione è elevato, o elevatissimo, cosa sta nella pancia di chi non si esprime bisogna capirlo, non c'è alternativa. Forse, nel questionario di soddisfazione del personale si potrebbe aggiungere una sezione 'perchè non partecipo alla votazione', o simile, Breve, semplice, a risposta suggerita, in cui almeno una parte dei silenti potrebbe dire qualcosa, e far capire. Sarebbe già un'informazione in più. Ma probabilmente non servirebbe a molto di fronte a situazioni incallite. 
  • Se la situazione aziendale è critica, mi chiedo se l'indagine di clima è lo strumento più adatto da utilizzare, o se è il solo - la risposta agli adetti ai lavori, ma resta il dubbio sull'opportunità di proedere in tal senso quando per esempio c'è un'azione di mobilità, CIG o altro.

In conclusione, e mi fermo qui: il non detto, in certi casi è più pesante del detto. Qualcosa da non trascurare, e anzi, da tenere in massima considerazione.
Riflettiamoci: io, nel mio piccolo, lo sto facendo

mercoledì 14 gennaio 2015

IL MANAGER DAL PUGNO DI FERRO

 
 Ai miei tempi c'era Petrus. Chi se lo ricorda?
"Petrus, l'amarissimo che fa benissimo!", e giù un gran pugno da una mano di ferro. Di armatura medievale.
 
Era un Carosello. Cercando ne ho ritrovato in YouTube un esempio che è una chicca: guardatelo, ci spiega anche Carlo Magno ( https://www.youtube.com/watch?v=Yjdx-_bTgHM)

Comunque, quando giro in LinkedIn e trovo tutte quegli aforismi, frasi e slides che parlano del manager (cattivo) contro il leader (buono), a me viene in mente il pugno di ferro, e quindi Petrus. Puntuale.. BUM! Arriva la botta.

In effetti nella mia vita a contatto con le aziende, di Petrus ne ho visti parecchi; forse, di Carlo Magno meno.
   
Ma in fondo, chi se ne importa di come si comportava Carlo Magno? A memoria d'uomo, lo stile di leadership di Carlo Magno non è mai stato utilizzato nei corsi di formazione per giovani manager; e nemmeno in quelli per giovani consulenti (ammesso che esistano).
Ma forse bisognerebbe ripensarci. Scava scava, magari si trova anche lì qualche spunto brillante per tener sveglie le platee sonnolente o annoiate, oppure per creare un nuovo mito visto che il Patron della Virgin (sir Richard Branson) e Steve Jobs stanno diventando un po' scontati.

Di Carlo Magno, era grassa se i libri di scuola ti elencavano le battaglie o se ti dicevano del regno dei Franchi ed Aquisgrana. Tutto appariva così lontano. E poi, a noi monellacci interessava più che altro suo padre Pipino il Breve (con un nome così), se proprio non riuscivamo ad evitare del tutto l'argomento.

Anche adesso, grande e grossa che sono, mi pare che le cose stiano messe allo stesso modo. Carlo Magno e i Franchi, con Aquisgrana e Pipino al seguito, non se li fila nessuno. Petrus invece la fa da padrone. Ancora.
O meglio: la fa da padrone il suo pugno di ferro.
E qui torniamo al manager (cattivo), che a forza di botte sui tavoli (BUM!) porta avanti le cose, contrapposto al leader (buono) che le cose le porta avanti - e bene - in modo del tutto diverso (civile, umano, ed efficace soprattutto).
  
Io voglio uscire da questo dualismo manager/leader, sui cui fondamenti teorici altri sono più preparati di me, e dire una cosa semplice, banale: di pugni di ferro si può fare anche a meno.
Mica si comanda così.
Mica si motiva, sensibilizza, in una parola 'si porta a bordo' la gente così.


Io questo ho visto, e ancora vedo, nella mia vita di tutti i giorni a contatto con le persone, le fabbriche, le officine e i loro bei problemi di produttività, efficienza, qualità: molti pugni di ferro (Petrus), poca collaborazione.
Ma i pugni di ferro generano reazioni scomposte e sterili.
Per esempio, chiacchiericci e maldicenze verso i capi, unica difesa da parte di coloro che dal pugno di ferro sono colpiti, e non trovano altre armi. Chiacchiericci e maldicenze che rimangono lì, in basso, montando come la panna fino a trasformarsi in leggende metropolitan-industriali. Sistematicamente smentite dai fatti, oppure del tutto inutili. Ma tanto, tanto efficaci come valvola di sfogo.



Per esempio, arroccamento. O paura. Davanti al pugno di ferro c'è chi dice di sì a prescindere, annullando ogni spirito critico, creativo o partecipativo, con l'unico intento di evitare problemi o ulteriori pugni. Ma c'è anche chi resiste ad oltranza. Chi si mette di traverso. Chi magari si butta malato pur di non fare.
 
Dopo anni e anni in Azienda, soprattutto come 'interna' ma anche come consulente, ho imparato che gestire le persone è davvero una delle sfide più difficili.
Qualunque sia l'approccio scelto, ci sarà sempre una qualche difficoltà e molta, molta energia da spendere. Ma ci sono dei presupposti di buon senso che non bisogna trascurare e una cosa è certa: il pugno di ferro non è uno di questi. Non come stile di leadership tout-court, a 360°.

D'altra parte, ognuno ha la sua storia e la sua sensibilità. E anche la sua suscettibilità.
Che gli restano incollate addosso nell'open space davanti al PC, o mentre controlla i pezzi, o durante l'assemblaggio, e guidano sotto sotto le sue azioni a dispetto dei corsi di formazione cui viene spedito, e delle letture manageriali che gli vengono consigliate. E anche delle lunghe salite domenicali in mountan-bike per mantenersi allenato e smaltire lo stress.
Non c'è niente da fare, l'essere umano resta il punto centrale.
E che questa sia la chiave, se si è un capo (manager o leader che dir si voglia), non si può non essere coscienti.

lunedì 24 novembre 2014

L'uomo senza qualità? No, senza difetti


Eh, e chi non ne fa? Mi dispiace per voi, ma l'uomo senza difetti non è ancora nato. Nè nascerà a breve.
Sbagliamo continuamente, in modo più o meno grave: nella vita come nel lavoro. In entrambi i casi, gli errori si pagano. A volte, cari.
 
La buona notizia è che dagli errori si può imparare. E mentre nella vita ognuno fa come gli pare (ci mancherebbe: a proprio rischio e pericolo), nel lavoro imparare non è che si può: si deve.

Nei miei giri aziendali, molti e a volte vorticosi, sento le seguenti frasi:
- 'Sì, ma quello non capisce niente'
- 'A lui no, questa cosa non la faccio fare. Tanto sbaglia sempre'
e mi viene lo scoramento.

Ho tenuto un corso in settimana, in cui fra l'altro ho toccato l'argomento 'poka yoke'. Quando ho chiesto: 'sapete di cosa si tratta?', qualcuno ha risposto: 'a prova di stupido'.
Ho ribattuto: 'a prova di errore'.

Questa è la mentalità predominante: che ci siano gli stupidi e quelli bravi. Che gli stupidi sono hopeless e vanno lasciati al loro destino. Che i bravi sappiano le cose perchè le captano nell'aria, o per osmosi dai pori della pelle. Che un dio magico e dispettoso infili la conoscenza nella testa di qualcuno e non in quella di qualcun altro. Che si tratti di un dono.

Ma la realtà è diversa e lo ripeto: tutti sbagliamo. Quelli che sono ritenuti bravi, e anche gli altri. In maniera diversa, forse, o con frequenza diversa. Ma nessuno, nessuno è immune da errori.

Mi allargo quindi in alcune considerazioni che ritengo di pura civiltà, oltre che opportune per il business:
  • formazione prima di tutto. E' inutile riempirsi la bocca di inglesismi tipo tacit knowledge se neppure la knowledge per nulla tacit evitiamo di trasmettere. O snobbiamo. 
  • Di geni, di norma, nelle imprese non c'è bisogno; ma di gente che sappia fare quello che deve, sì. Quindi, punto primo capiamo cosa c'è da fare, e punto secondo insegnamolo a chi lo deve fare.
  • Ho fatto molto sport in vita mia, e con impegno e passione. Purtroppo quei tempi sono trascorsi; ma questa è un'altra storia. Ricordo perfettamente un allenatore che diceva, a proposito di una certa cosa complessa da assimilare (in puro toscano, scusate): 'a me mi viene. Voi, fate in modo che vi venga', e qui si esauriva il suo insegnamento. Un esempio da non imitare.
  • Nonostante la formazione, capita ugualmente di sbagliare. Ovvio che maggiore è l'esperienza e la conoscenza, minore è la frequenza e la gravità degli sbagli. Ecco perchè quelli bravi sbagliano pochissimo. Ma pochissimo non è zero.
  • Ogni volta che sbagliamo, capiamone il perchè. Si dice analizzare le cause (per gli amanti dell'inglese: root-causes analysis). Bada bene: le cause, e non la causa: di norma sono più di una. Nell'industria, in produzione, per esempio: cause tecniche e cause gestionali (insidiosissime le seconde, più esplicite le prime)
  • Un volta che abbiamo capito il perchè, spieghiamolo. Diffondiamo questa nuova conoscenza che ci è derivata dall'errore.  Perchè di questo si tratta: di capitalizzare l'esperienza, e trasmetterla ad altri, affinchè si prevenga la commissione dello stesso errore da parti di altri. 
  • La cultura deve essere quella della risoluzione dei problemi, e non quella del giudizio. Mica siamo a scuola, che ci davano i voti e se prendevi l'insufficienza facevi la parte dell'asino: qui siamo al lavoro. E l'unica cosa che ci deve interessare è che il lavoro vada avanti liscio, senza intoppi, con chi lo esegue che fa del suo meglio ed impara, dai propri come dagli altrui errori. Solo così l'azienda progredisce, consentendoci di progredire con lei
Il post è finito, andate in pace. Ma pensateci.

sabato 8 novembre 2014

Il Marketing 'Positivo'


E ne parla una che di mestiere fa tutt'altro.
Una che di Marketing, fino a poco tempo fa, ne sapeva quanto di Altissima Finanza, ovvero: niente.

Io non so se il termine Marketing 'Positivo' esiste; e francamente non mi importa. Tanto, per me è così che si chiama. E mi basta.


Si tratta di spargere semi positivi. Ovvero: supportare, aiutare. Anche in modo gratuito.
E' la filosofia del 'Givers gain': chi dà, riceve.

Ah, ma non sono San Francesco, anche se la sua figura mi piace molto: lavoro nell'industria (e anche per l'Università, ma questa è un'altra storia) e lo faccio per vivere. Quello di cui sto parlando a questo si riferisce: al "dare" nel lavoro.
Ai Clienti, a coloro con cui si entra in contatto.
Senza troppi pensieri, senza alcun retro-pensiero. Anche solo per il piacere di farlo.


Non significa affatto fare lavori su lavori gratis. Significa fare quel passo che per te è poco, mentre per colui che lo riceve è molto. Non ha costi elevati, tutt'altro; sai di cosa si tratta, vai sul sicuro. E' una semplice pillola. Non ti serve un gran tempo o spremitura di meningi, ti viene di tacco, o quasi; insomma, per te è facile, veloce.
Chi riceve, forse lo sa; ma forse no. Ma soprattutto, chi riceve ne ha bisogno, per cui se ti viene facile o meno non gli interessa, gli interessa il fatto che tu lo hai aiutato. E bene.


L'effetto del Marketing Positivo è quello di farsi conoscere nel modo migliore. Nella propria competenza, nella propria disponibilità e attenzione. E' un potente acceleratore del passa-parola, che, volenti o nolenti, resta ancora uno dei metodi migliori per trovarsi del lavoro.
Il quale inoltre, una volta trovato, necessita di consolidamento e ulteriore sviluppo. Ed ecco che il Marketing Positivo entra in gioco di nuovo, nei suoi panni migliori. Vestito a festa.

Una sola volta mi è capitato qualcuno che intendeva approfittare della situazione.
La mia personale soluzione, è stata dare meno, in modo sensibile. Far capire che si trattava di accertamenti e lavori di una certa complessità. Dirlo in modo chiaro.
Il risultato è stato un accordo per ampliare l'orizzonte delle mia attività. Ottimo quindi. Sì, ma in apparenza. Infatti, di lì a poco l'Azienda in questione ha chiuso i battenti.

Buona riflessione. 
A tutti.