sabato 20 settembre 2014

Storia di F.

F è una persona che spiazza.
Nel tempo, si è rivelata molto diversa da come si presentava all'inizio. Non che si nascondesse; semplicemente, stava in guardia. Rimaneva professionale e abbottonato.
Poi, però, si è aperto.
Un regalo inaspettato.
F lavora in un'azienda di grandi dimensioni da una quindicina di anni. E non è un ragazzino.
- All'inizio, mi ha confidato, avevo voglia di lavorare, ma nessuna possibilità. Hai presente la 'Questione Meridionale'? Ho fatto la valigia e sono andato via: in Germania.

Si parla degli anni '70. Una vita fa.
Adesso c'è la crisi, e tutti noi sappiamo cosa comporta; allora non c'era, ma i numeri non erano così diversi da ora e il benessere,l'agiatezza, certo non toccavano a tutti.
Non erano toccati a F, per esempio. La cui famiglia ha origini semplici e per giunta è del Sud.

- Io all'eroina ho resistito, continua, e non lo so come ho fatto. Mio cugino per esempio ci è caduto. Ma in Germania c'ero andato senza di lui. Forse sta qui la differenza. Perchè lì, se avevi voglia, potevi migliorare. Ho imparato il tedesco, per esempio. E l'inglese. Partendo da zero, come operaio in catena.

Nel vedere il suo orecchino, ormai di dimensioni piccolissime, non immagineresti tanta proprietà di linguaggio, e un vocabolario così ricco. Infatti, non è da uno così che, seguendo i luoghi comuni, ti aspetteresti una buona cultura, e anche una certa grazia.

- E' lì che ho incontrato la mia compagna e avuto mia figlia. Poi ho deciso di rientrare, ed eccomi qua.


F adesso ha dei problemi di salute. O meglio, ne ha avuti. Infarto, malattie cardiache; tutte cose legate a stress, forse anche a malesseri esistenziali. Ma continua a lavorare, e con efficacia. Purtroppo, secondo ritmi propri, che ad alcuni appaiono lenti, troppo lenti.

- Il medico me l'ha detto: devi evitare gli affanni. Infatti non vado neppure più in trasferta; non all'estero almeno, e neppure in Italia, se è troppo lontano. Pensare che ho lavorato in Cina, in India, in Iran. Ma era un'altra epoca, ed avevo un altro livello di energia.

Per questo motivo, l'azienda gli ha assegnato responsabilità limitate, adesso. F tutto sommato l'ha presa bene. Non si sente degradato. Era un Generale, ed adesso è un Sottufficiale - forse solo un caporale.
Che per giunta non ha truppe da guidare.


- C'è un tempo per ogni cosa. Il mio, è il tempo della cura. Di me stesso, e del lavoro ben fatto. Le corse, non le faccio più

'Presto e bene non vanno insieme', diceva mia nonna;lo diceva anche mia madre. Nel passato, lo dicevano in molti. Adesso, almeno nell'industria, non lo dice più nessuno. Guai. Vige il motto 'grezzo e veloce', che è molto lean.
Attenzione: non sto dicendo che non sia corretto o non abbia un senso. Sto dicendo che 'grezzo e veloce' non sta nelle corde di F. La sua situazione personale ne è distante anni luce. E il suo sentire, avendolo ascoltato, non mi risulta incomprensibile.

F mi fa pensare alla signora in sovrappeso che ho incontrato qualche anno fa, in fila per una visita medica. I sandali troppo stretti per dei piedi in qualche modo sformati, un vestito rosso, del profumo intenso. Era appena uscita la notizia che per le donne il limite della pensione sarebbe stato spostato in avanti: a 65 anni,come per gli uomini.
Non so più come eravamo entrate nel discorso; mi disse: lavoro come aiuto in cucina, qui, in centro. Ogni volta che mi abbasso a prendere una pentola, mi scricchiolano le ginocchia. La notte, quando rientro a casa, stento ad addormentarmi per il mal di schiena. Ho appena compiuto 61 anni, e pensavo di esserci ormai. Non so proprio se ce la farò a continuare per altri 4 anni.
Mi chiedo: c'è da darle torto?


A livelli ben diversi, un chirurgo che ho conosciuto di recente, titolato, di reputazione, eppure ancora straordinariamente vero, mi ha confidato: dopo tanti anni di lavoro e di studio, sono contento di quello che sono riuscito a realizzare, di cosa ho costruito. Le mie giornate sono intense; neppure mi accorgo, a volte, di essere arrivato a sera. Recentemente mi hanno proposto un nuovo incarico, la guida di un centro specializzato all'estero. E' tutto da impostare, potrei costruire un'eccellenza da zero. Ma sai cosa ti dico? Ho già dato. 
La persona in questione si sposta di frequente all'estero, per cicli di lezioni e interventi vari, congressi inclusi. Quindi, non si sarebbe trattato di un qualcosa lontano dalle sue abitudini, o dalle sue corde.
Ma è stanco, evidentemente. Oppure le sue priorità stanno diventando altre, se già altre non sono.


La riflessione quindi si impone, almeno per me.
Ovvio che non siamo tutti uguali. Non lo sono le nostre professioni, le nostre condizioni di salute, il nostro stato generale. A parità di età, quello che abbiamo vissuto e la nostra personale struttura psicofisica marcano la differenza, anche dal punto di vista professionale.
Eppure forse c'è un filo rosso che ci lega, nelle varie fasi della vita. L'entusiasmo e l'incoscienza della prima giovinezza lo conosciamo tutti. Poi la voglia di emergere, infine quella di dare valore e senso ai gesti di ogni giorno. Le stagioni della vita. Eccetera eccetera.
Forse, dico. Non sono certa che il filo rosso valga per tutti, ma sospetto che accomuni molti di noi. Ne è riprova, e non frutto del caso, il fatto che nei bei tempi andati fossero i 'vecchi' ad insegnare ai giovani. I 'vecchi' sentivano così che la loro esperienza era servita; acquistavano senso, e valore, gli anni spesi. Anche, e soprattutto, nell'ambito del lavoro.



Per cui, proseguendo il filo logico:
1) adesso c'è qualcosa che non va. In azienda, per esempio, sono scomparsi i 'vecchi' che insegnino (e 'vecchi' lo si è prestissimo: quando si costo troppo) e mancano i giovani cui trasferire (non si assume, o si assume in modo flessibile, a tempo). I 'vecchi', adesso, se espulsi dal mondo del lavoro anzitempo, invece di insegnare passano il tempo a rodersi il fegato, finchè non trovano un nuovo posto, che forse è quello che dovrebbe ricoprire il giovane, a giudicare dai compensi.
2) adesso c'è un'esigenza diversa. I nuovi metodi introdotti di recente - per esempio la Lean - non favoriscono il processo di insegnamento 'tradizionale', perchè RIVOLUZIONANO di fatto il modo di lavorare, lo status quo,favorendo un tipo di insegnamento cui non tutti i 'vecchi' sono abituati (il coaching è relativamente nuovo alle nostre latitudini); salvo iniziative del tutto individuali, o altre eccezioni. Ma lo ripeto: se con l'aggettivo 'vecchio' si identifica la persona di 45-50 anni o giù di lì, il discorso tende a decadere, e vale piuttosto il caso 1), altresì detto "adesso c'è qualcosa che non va". 

Credo che dovremmo tutti fare mente locale alla questione.
Perchè 'vecchi' prima o poi, e a Dio piacendo, lo saremo tutti.

lunedì 8 settembre 2014

Forza, torniamo alle cose serie..


 Capisco che ci sia di meglio da fare, in questo scorcio di fine estate:
  • leggere un giallo leggero e fresco di Malvaldi (toscanissimo), o un noir raffinato di Ben Pastor (magari del ciclo di Martin Bora)
  • andarsene a una bella sagra (di porcini, di formaggio, di pesce appena pescato - un sempreverde)
  • godersi un po' di aria salmastra, forse senza pioggia, magari finalmente in panciolle sulla spiaggia
ma qualcuno lo deve fare, di pensare alle cose serie e tediose che ci aspettano, ora che riprendiamo a pieno ritmo: e questo qualcuno, oggi, sono io. Me la prendo io la patata bollente, me la sento.


QUINDI ADESSO PARLIAMO DI FMEA.
SCUSATE, MA VI TOCCA.
Sarò abbastanza breve, non preoccupatevi. Metto lì qualche concetto: a seminare spunti di riflessione, a strattonarvi e dirvi "ehi, tra poco magari tocca anche a voi scettici, fate mente locale!".
E cioé:

Noi diciamo la FMEA, femminile: perchè finisce per 'A'. Nella nostra lingua, sono rarissime le eccezioni, e ben conosciute (per esempio il nome "Andrea", maschile DOC; che in quanto tale mai ci sogneremmo di  utilizzare al femminile, come invece avviene in Germania, tanto per dirne una).




Perchè la FMEA finisce per 'A'? Perchè noi siamo pigri, o esterofili. Abbiamo preso l'acronimo anglosassone e pari pari lo abbiamo incorporato nella nostra lingua tecnica. Con la stessa disinvoltura abbiamo italianizzato termini inglesi come 'implement' o 'empowerment': l'uno è diventato radice a tutti gli effetti (implementare, implementazione) a dispetto del fatto che esistessero già fior di parole italiane a ricoprire lo stesso concetto (applicazione, realizzazione), l'altro è stato buttato dentro tout-court, senza che si coniasse una parola italiana equivalente, e con disdegno di tutte le perifrasi a disposizione - e sì che ne produciamo di neologismi, quando ci fa comodo. I Francesi, per esempio, hanno fatto diversamente: da loro la FMEA si chiama AMDEC. Non tiriamo fuori, adesso, il fatto che i Francesi siano supponenti o spocchiosi - lo so che in molti non li sopportano, anche se non capisco perchè (c'entrerà la testata di Zidane?): non sono loro le eccezioni, siamo noi. Prendiamo la parola 'computer': da loro si chiama ordinateur e in Spagna ordinador, qui il termine calcolatore è stato abbandonato da mo'. Siamo fatti così.



Perchè la FMEA è tanto poco popolare? Perchè suppone rigore. Perchè richiede impegno, almeno in fase iniziale, quando si parte da zero. I benefici cadono in secondo piano, e dire che sono notevoli: progettare un prodotto qualitativamente 'sicuro', industrializzarlo in modo che risulti conforme in produzione. Spostando il peso del lavoro sulla prevenzione - lo sanno tutti che 'prevenire', fra l'altro, costa di meno che 'curare' (oltre ad essere meglio, come dice il famoso detto).
E poi realizzare la FMEA è meno oneroso, direi quasi semplice, una volta che la si è acquisita come strumento e se ne è inziato un uso coerente, serio, razionale: consente e facilita la standardizzazione della progettazione come dell'industrializzazione, verso le migliori prassi aziendali. 



Come si ottengono i benefici della FMEA? Valutando i rischi, e ponendovi rimedio 'preventivo'. E qui dobbiamo fare i conti con la mentalità nostrana, che a caldo, a buoi scappati dalla stalla, scatena la caccia del colpevole (da trovare a tutti i costi); e poi dimentica. Da noi la prevenzione è poco praticata: poca manutenzione preventiva, per esempio, e molta riparazione a guasto; un giorno poi la macchina si sbraca giù e allora succede il pademonio: soldi da cacciar fuori, clienti che aspettano imbufaliti. Forse sarebbe stato meglio curarsene tutti i giorni un pochino, ascoltando i segnali e i sintomi: nessuna emergenza ci sarebbe stata, dopo,da gestire. Ma la prevenzione costa, e cacciar di tasca soldi che apparentemente non sono giustificati (dov'è il guaio cui riparare? Ancora non c'è!) può sembrare uno spreco - vedi come si ribaltano i concetti, a volte. Altro che Lean!


Quali ambiti tocca la FMEA? Era partita dai cardini industriali, niente affatto in sordina: la Progettazione di Prodotto, e quella del Processo Produttivo, lo abbiamo detto sopra. Poi si è allargata a macchia d'olio: la Macchina, la Supply Chain, e tutta una serie di altri campi di applicazione. Sondando la letteratura scientifica in merito grazie alle attività che ho in corso con l'Università di Udine, ho rilevato una frenetica attività di diversificazione della FMEA, che adesso esplora argomenti impensabili fino a poco fa (come la Lean), e si combina con altre tecniche (come il QFD) alla ricerca di effetti ancora più potenti. Negli ultimi anni, è come se lo strumento fosse stato 'scoperto' dal mondo scientifico; o forse soltanto rivalutato. Ma un analogo processo sta avvenendo, in qualche modo, anche nel mondo industriale. Che però ancora tituba e latita, spaventato, in molti casi, da quanto ho detto sopra: dall'apparente onerosità. D'altra parte, in questi tempi di crisi tutti parlano di rischi, e di gestione del rischio: il collegamento con la FMEA viene naturale, quasi spontaneo. A livello mentale, però: non ancora a livello fattivo, pratico. Nonostante gli standard internazionali, anche loro tirino da quella parte.

Riflettiamo sul significato del termine 'Qualità' per come è correntemente utilizzato. Se 'Qualità' significa 'rispondenza all'uso atteso dal Cliente', un prodotto di qualità è quello che è progettato in modo da rispondere alle esigenze del Cliente e fabbricato sistematicamente come conforme al progetto. In sostanza, la FMEA originaria consente questo a costo minimizzato, e l'esercizio vale la pena, specialmente se le esigenze del Cliente sono ben comprese e incorporate nella stessa analisi FMEA, magari dopo un bello studio QFD (personalmente, lascerei i due strumenti distinti).

Ecco, ho finito. Per oggi.
Me ne vado a fare ciò che devo.
Ma riflettiamoci su, con calma. Una buona FMEA vale davvero la candela.


venerdì 29 agosto 2014

Perchè è di questo che si parla..

 
.. ovvero, di far andare avanti il business.
Il lavoro.
La nostra vita.



E allora come si può accettare che ancora ci siano remore, dubbi sul da farsi? Come si può comprendere chi continua a parlare come un secolo fa - letteralmente - disquisendo di quanto sia male oggi e quanto invece fosse bene ieri?

Direttamente dall'ombrellone, da quella spiaggia dove quest'anno ho messo piede troppo poco,vi dico: semplifichiamo.
I concetti, i pensieri, le aspettative.
Diventiamo un po' più ZEN.


Seguendo alcune scontate e banalissime pillole di saggezza, per esempio queste:

1
Il lavoro della vita esiste. E' vero. Ma per qualcuno,e non per tutti. E' più importante che esista un lavoro, che non il lavoro della vita. La questione somiglia un po' a quella del Principe Azzurro, su cui si potrebbe aprire un capitolo, un intero libro a parte. O un'enciclopedia.


2
Se Tizio era peggiore di noi, e adesso si trova in posizione migliore perchè ha avuto fortuna - ovvero la sua Azienda non ha chiuso - non è la fine del mondo. Prendiamone atto e continuiamo per la nostra strada.


3
Se Tizio era peggiore di noi e adesso invece si trova in posizione migliore perchè si è trovato un altro lavoro, smettiamo di dire che è stato fortunato e cerchiamo piuttosto di capire quali canali ha utilizzato, come ha fatto. La Fortuna aiuta gli audaci. O come ha scritto Mario Calabresi, la Fortuna non esiste (corollario: ce la costruiamo da soli, ogni giorno)



3
Riflettiamo: davvero Tizio era peggiore di noi? Quanto davvero conosciamo le sue risorse?


4
Se è vero che intorno ci sono molti casi negativi, aziende chiuse, capannoni semi abbandonati, è vero anche che non sono poche le aziende e gli imprenditori che resistono (facendo utili). Se sono davvero tante le persone che da un giorno all'altro perdono il lavoro, sono diverse anche quelle che, pazientemente, con metodo, ne trovano un altro, e poi magari un altro ancora, senza mai arrendersi.
Per cui, pur capendo quanto queste circostanze tristi mettano alla prova, e anche quanto sia necessario, in prima battuta, sfogarsi e dar via libera alla giusta rabbia, il mio invito è questo: prima possibile, non appena la nostra personale buriana interiore è passata, guardiamo al meglio e tiriamoci su il morale.
Esempi buoni ce ne sono: cerchiamo di trarne spunti e ispirazione per noi stessi.

Buona fine d'estate, o buon ri-inizio di lavoro, a tutti.
Ripartiamo con animo sereno.


martedì 19 agosto 2014

Storia di V..


V è una bella persona, calda ed empatica.
E poi è un'ottima professionista. Ho toccato con mano e posso testimoniarlo.
Per cui mi fa piacere parlarne qui, sul mio blog.



V è titolare di un'agenzia ed ha un socio. Sono affiatati ed è bello vederli lavorare assieme; o almeno, per me lo è stato.
V inoltre ha un marito e due bambini. Vi si dedica, e come molti ha una rete di supporto che le consente di lavorare, e intensamente, senza che nessuno ne risenta troppo.
La sua giornata è scandita da turni ed impegni di precisione millimetrica; ha però delle Jam Sessions - così le chiama - in cui si chiude fuori dal mondo, al riparo, e creativamente elabora le mosse successive, gli sviluppi che vorrebbe, i piani per i futuro.
Che poi discute e condivide con il socio.
"Sempre", sottolinea. Il patto è sacro.



Nel momento in cui vi sono entrata in contatto stavo pensando al mio business e alla struttura che intendevo dargli; per cui era importante confrontarmi, valutare, riflettere. Così, ho chiesto a V come è iniziata la sua attività, e come ha fatto le proprie scelte (socio, momento, linea di business: il primo, in particolare).
Le si sono illuminati gli occhi.


Oltre 10 anni fa, entrambi lavoravano per un'agenzia. Non per la stessa, però. Erano entrati in contatto per contiguità lavorativa e vi erano rimasti per affinità elettiva (le parole sono testuali). Più volte l'avevano buttata lì: "E se ci provassimo da soli?", lasciandosi andare con l'immaginazione a progettare un ufficio giusto fuori città, con un pochino di verde attorno; ma poi non ne facevano di nulla. Era come un bel sogno che stentasse a decollare.
E d'altra parte, volendo, non c'erano ragioni immediate che spingevano; per entrambi il lavoro c'era e non stavano affatto male, là dov'erano. La crisi, per intenderci, era di là da venire.
Però.
Però il desiderio restava. Continuavano a parlarne.


"Un giorno" mi ha confidato V "presi in mano la situazione. Noi donne decidiamo, c'è poco da fare. Gli dissi: ci vediamo al bar X alle Y in punto, vieni con l'agenda che faccio sul serio".
Così, si videro, decisero la data delle dimissioni, e cominciarono di fatto quel sodalizio che dura anche adesso.
Fu indubbiamente una decisione azzeccata.

Noi donne decidiamo, c'è poco da fare.
Questa frase mi risuona nelle orecchie.
Bella. E certo per V,in quel caso, vera. Ma non vera in assoluto. Nel mio mondo non sono le donne che decidono, ma gli individui. Cui a volte capita di essere donne, e a volte no.


Ognuno, d'altra parte, gestisce se stesso. Assumendosene la responsabilità in toto. Niente di più c'è da aspettarsi o chiedere, lo so; ma è bello che nel cammino professionale qualcuno ci accompagni, costruire qualcosa insieme.
Ed è questa la riflessione, il mio personale auspicio per me stessa, con cui chiudo questo seconda storia professionale. Una storia positiva.




martedì 29 luglio 2014

Storia di H..


 ..ma non di Adele H (ricordate il bel film di Truffaut? Adèle Hugo, proprio lei: la figlia del grande Victor. Con una bravissima Isabelle Adjani)



H è una mia grande amica.
Che ha una storia personale del tutto diversa dalla mia. E una diversa natura.
Ma questo non c'entra con la nostra amicizia. Che è basata su un reale affetto e dura da anni.


H lavora in una certa organizzazione X,e ne è insoddisfatta da sempre. Sospettando di essere mobbizzata, nel tempo ha cercato di difendersi - a suo modo, e se ne potrebbe parlare:ma non è questa la sede. Così facendo, probabilmente ha peggiorato la situazione; o l'ha peggiorata chi non si è dato pena di ascoltarla,di capire.
Di fatto isuoi rapporti con il resto dell'azienda non sono idilliaci. Anche adesso, una contro tutti.

H non ha mai considerato l'eventualità di cercare altro,di sottrarsi cioè ad una situazione che sente pesante, a tratti insostenibile.Probabilmente l'ha presa dall'inzio come una sfida personale da cui uscire,se non da vincitrice,da non sconfitta.

Ora più che mai, per la situazione contingente che tutti noi conosciamo, sta dove sta; e continua ad esserne insoddisfatta.

In realtà, nel tempo il tasso di conflittualità si è smorzato: la sua vita lavorativa quotidiana non è più la battaglia continua di qualche tempo fa - entrambi i contendenti (lei e il resto dell'azienda) hanno deposto le armi pesanti. Ogni tanto qualche scaramuccia, e finisce lì.
 

Ma H non ha idea di come sia il mondo lavorativo esterno a quello suo, cricoscritto, dal quale è stata così impegnata a difendersi. La rabbia per i soprusi subiti - veri o presunti che fossero - l'ha assorbita talmente che le sono sfuggiti i rivolgimenti degli ultimi anni.
Letteralmente.
Per quanto abbia cercato di parlargliene a più riprese, non sono riuscita ad ottenere la sua attenzione. Lo scopo da parte mia è sempre stato in qualche modo 'nobile': indurla a considerare razionalmente le proprie vicende, offrirle un'angolazione diversa da cui considerare la situazione. Non l'ho raggiunto, lo ammetto. Anche se non ho gettato mai la spugna.



Era - è - come quando si affronta l'argomento fame nel mondo. O malattie, carestia, Darfur. Normalmente la gente ascolta, almeno per qualche minuto; poi gli occhi cominciano a vagare intorno ed è chiaro che la misura si è colmata. Anche le foto e i filmati drammatici che ci propinano i media, in realtà, hanno ben scarso effetto, al di là del pugno dello stomaco iniziale: si cambia canale, o si gira pagina, o si cerca un'altra stazione radio. Quella sofferenza ci è talmente lontana, ed è così estranea alla nostra esperienza personale diretta, che non ci arriva; o ci arriva in misura insufficiente. 



Non a caso ci colpisce di più - eccome - il fatto che un aereo cada, scompaia, esploda, abbattuto o meno che sia dai ribelli: la circostanza è più vicina al nostro mondo opulento - o ex tale. Tutti noi sull'aereo ci siamo stati, qualche volta; o ci è stato qualcuno che conosciamo. Possiamo metterci nei panni di chi ci era sopra, o di chi lo aspettava all'aereoporto. Sentire sulla pelle la loro paura.


Comunque, riguardo H c'è da rilevare un fatto non da poco. Che è la sua fortuna, in questo momento;e probabilmente, la ragione vera per cui non ha mai pensato di andarsene da lì. Nonostante tutti i problemi e i conflitti di cui sopra, nonostante tutte le prese di posizione che ha deciso e di cui è stata fatta oggetto, il suo posto di lavoro non è mai stato, nè in forse, nè in bilico.
Ecco perchè - mi dico - le mie parole sono sempre cadute nel vuoto. Le manca l'esperienza diretta, e sulla pelle, H non sente alcuna paura. Si sente al sicuro.


Poi, però,la mannaia ha colpito suo fratello.
Una brava persona, preparata e seria. Da un giorno all'altro, contratto di solidarietà, riduzione orario lavorativo e riduzione stipendio. Speranza che possa risollevarsi la situazione molta, certezze in tal senso pochissime, quasi zero.
Solo la sicurezza di un anno e poco più di supporto; poi, si vedrà.


Allora H si è svegliata.
E parla di ingiustizia.
Come darle torto: certamente suo fratello - lo conosco bene - non meritava un tale trattamento. Ma neppure lo meritavano i suoi colleghi.
Perchè il punto non è il merito: quando un'azienda è in crisi, il conto arriva a tutti. C'è poco da recriminare: piuttosto, passata la mazzata, c'è da organizzarsi. Da tirarsi su le maniche, e in fretta.

A lei questo messaggio non arriva: continua a puntare il dito contro il tale e il tal-altro. Dovevano fare così, dovevano decidere cosà.
La sua necessità, mi sembra, è quella di trovare un colpevole.
Come se fosse facile individuarlo, e punirlo. Come se, una volta punitolo, tutto tornasse come prima; neppure fossimo in un film americano dei bei tempi andati, dove il male a fine pellicola subiva sempre, e il bene trionfava, con tanto di arretrati corrisposti.


La questione, qui ed ora, non è esattamente così. Punire i colpevoli sarebbe bello. Più bello ancora sarebbe determinare i motivi del fallimento imprenditoriale e debellarli per sempre.
Forse un giorno qualcuno ci riuscirà; forse un giorno si avranno le idee chiare in merito a questa e a tante altre questioni-chiave (etiche, pubbliche, private, sostanziali), e potremo dire 'Davvero, guardate: quello che è successo è stato frutto di X, Y, Z; lo hanno causato A,B, e C; grazie a K, H, W non non potrà mai più accadere'.
Ma quel giorno è lontano, se mai verrà; e nel frattempo c'è da andare avanti.


La buona notizia è che il fratello di H è un tipo pratico.
Si sta dando da fare per superare il momento. E' concentrato sul proprio futuro, ha ben in testa la serenità della propria famiglia.
Al settimo cielo certo non è, inutile raccontare il contrario; ma si sta rimboccando le maniche.
'Qui a guardare un giorno via l'altro' mi ha detto 'davvero non ci sto'.
E ha tutto il mio plauso, la mia solidarietà, il mio appoggio.


sabato 12 luglio 2014

Progettare il prodotto (e il processo produttivo)


Caldo l'argomento, al netto delle considerazioni sul valore che il prodotto deve (e sottolineo deve) rappresentare per il Cliente.
Caldo se non altro perchè fuori, invece, fa un certo freddino, e più che Agosto, sembra che alle porte ci sia Novembre.
Comunque.



Il prodotto è da progettare insieme al processo con cui verrà realizzato. Nell'Automotive si parla di 'simultaneous engineering', altrove, per esempio nel mondo Six Sigma, di 'concurrent engineering'. Poco cambia, il concetto è quello.

Sembra banale: ma non lo è.
Nella tradizione classica, prima si progetta il prodotto, e poi lo si va a produrre. C'è una logica: come faccio a realizzare un prodotto che non so com'è? Devo averlo presente, e nel dettaglio, prima di mettermi a pensare come realizzarlo. Quindi:
1. progetto il prodotto
2. penso a come produrlo (lo industrializzo)
3. lo vado a produrre.
Tre attività in serie (logica). Sequenza tipica del lavorare a compartimenti stagni.

Riflettiamoci: 
il Titanic era considerato pressochè inaffondabile, perchè il suo scafo era suddiviso in 16 compartimenti stagni. 



Quando chi deve progettare il prodotto ha fatto il proprio lavoro, nel buio della propria cameretta,  ha esaurito il compito. La palla passa ad un altro, ovvero a chi deve metterlo in produzione e pensare a come farlo: l'industrializzatore.


 Il quale deve darsi da fare, e in fretta, per metter su un processo che ne sputi fuori una certa quantità al giorno, o per turno; e ben fatti, ovviamente. Compito che può risultare arduo: il prodotto è congelato, non ci si torna su. Il processo per realizzarlo dove 'piegarsi' a questa realtà: è lui che si adatta. Per forza.



Con il simultaneous engineering (o concurrent che dir si voglia), la prospettiva cambia.
Chi nella tradizione classica progettava il prodotto, ancora e chiamato a farlo: non è che da questo passo si possa prescindere. Ma non lo fa più nel buio della propria cameretta: lo fa all'interno di un Team interfunzionale.



Il punto non è da poco: nel progettare il prodotto, ascolta e recepisce le istanze degli altri membri del Team. Prime fra tutti, quelle dell'industrializzatore. In sostanza, si attua un passaggio virtuoso: tra le possibili soluzioni progettuali, viene scelta quella che meglio soddisfa, sia il Cliente, sia la necessità di realizzare il prodotto 'agevolmente', ovvero senza errori, in tempi ottimizzati e in ambiente sicuro per gli operatori.

Al di là delle tecniche preventive e gestionali specifiche che si adottano per ottenere questo obiettivo, resta il fatto fondamentale che il prodotto nasce già adatto al processo, e che il processo si modella sin da subito sul prodotto da fabbricare. Si parla, in sostanza, di DFMA (Design For Manufacturing & Assembly).



Tra processo e prodotto si ha uno scambio osmotico: l'uno si adatta all'altro, con una logica win-win. L'approccio peraltro non tralascia neppure le istanze dei Fornitori coinvolti: anche loro, nella persona del Buyer, sono rappresentati nel Team interfunzionale; anche il loro DFX, per quanto possibile, viene considerato e curato.


Anche i tempi di sviluppo ne beneficiano: non si tratta più di fare attività in serie, ma di lavorare in parallelo. Si minimizza, o azzera, la necessità di modifiche di prodotto post-lancio in serie
Si è più efficienti, quindi, oltre che più efficaci.
Perchè l'obiettivo è uno solo, e condiviso dal Team: che il prodotto esca nei tempi richiesti, e 'buono'. Adesso meno che mai è tempo di lotte di quartiere.
Essendo tempo, piuttosto, di fare grandissimi balzi in avanti.