venerdì 29 agosto 2014

Perchè è di questo che si parla..

 
.. ovvero, di far andare avanti il business.
Il lavoro.
La nostra vita.



E allora come si può accettare che ancora ci siano remore, dubbi sul da farsi? Come si può comprendere chi continua a parlare come un secolo fa - letteralmente - disquisendo di quanto sia male oggi e quanto invece fosse bene ieri?

Direttamente dall'ombrellone, da quella spiaggia dove quest'anno ho messo piede troppo poco,vi dico: semplifichiamo.
I concetti, i pensieri, le aspettative.
Diventiamo un po' più ZEN.


Seguendo alcune scontate e banalissime pillole di saggezza, per esempio queste:

1
Il lavoro della vita esiste. E' vero. Ma per qualcuno,e non per tutti. E' più importante che esista un lavoro, che non il lavoro della vita. La questione somiglia un po' a quella del Principe Azzurro, su cui si potrebbe aprire un capitolo, un intero libro a parte. O un'enciclopedia.


2
Se Tizio era peggiore di noi, e adesso si trova in posizione migliore perchè ha avuto fortuna - ovvero la sua Azienda non ha chiuso - non è la fine del mondo. Prendiamone atto e continuiamo per la nostra strada.


3
Se Tizio era peggiore di noi e adesso invece si trova in posizione migliore perchè si è trovato un altro lavoro, smettiamo di dire che è stato fortunato e cerchiamo piuttosto di capire quali canali ha utilizzato, come ha fatto. La Fortuna aiuta gli audaci. O come ha scritto Mario Calabresi, la Fortuna non esiste (corollario: ce la costruiamo da soli, ogni giorno)



3
Riflettiamo: davvero Tizio era peggiore di noi? Quanto davvero conosciamo le sue risorse?


4
Se è vero che intorno ci sono molti casi negativi, aziende chiuse, capannoni semi abbandonati, è vero anche che non sono poche le aziende e gli imprenditori che resistono (facendo utili). Se sono davvero tante le persone che da un giorno all'altro perdono il lavoro, sono diverse anche quelle che, pazientemente, con metodo, ne trovano un altro, e poi magari un altro ancora, senza mai arrendersi.
Per cui, pur capendo quanto queste circostanze tristi mettano alla prova, e anche quanto sia necessario, in prima battuta, sfogarsi e dar via libera alla giusta rabbia, il mio invito è questo: prima possibile, non appena la nostra personale buriana interiore è passata, guardiamo al meglio e tiriamoci su il morale.
Esempi buoni ce ne sono: cerchiamo di trarne spunti e ispirazione per noi stessi.

Buona fine d'estate, o buon ri-inizio di lavoro, a tutti.
Ripartiamo con animo sereno.


martedì 19 agosto 2014

Storia di V..


V è una bella persona, calda ed empatica.
E poi è un'ottima professionista. Ho toccato con mano e posso testimoniarlo.
Per cui mi fa piacere parlarne qui, sul mio blog.



V è titolare di un'agenzia ed ha un socio. Sono affiatati ed è bello vederli lavorare assieme; o almeno, per me lo è stato.
V inoltre ha un marito e due bambini. Vi si dedica, e come molti ha una rete di supporto che le consente di lavorare, e intensamente, senza che nessuno ne risenta troppo.
La sua giornata è scandita da turni ed impegni di precisione millimetrica; ha però delle Jam Sessions - così le chiama - in cui si chiude fuori dal mondo, al riparo, e creativamente elabora le mosse successive, gli sviluppi che vorrebbe, i piani per i futuro.
Che poi discute e condivide con il socio.
"Sempre", sottolinea. Il patto è sacro.



Nel momento in cui vi sono entrata in contatto stavo pensando al mio business e alla struttura che intendevo dargli; per cui era importante confrontarmi, valutare, riflettere. Così, ho chiesto a V come è iniziata la sua attività, e come ha fatto le proprie scelte (socio, momento, linea di business: il primo, in particolare).
Le si sono illuminati gli occhi.


Oltre 10 anni fa, entrambi lavoravano per un'agenzia. Non per la stessa, però. Erano entrati in contatto per contiguità lavorativa e vi erano rimasti per affinità elettiva (le parole sono testuali). Più volte l'avevano buttata lì: "E se ci provassimo da soli?", lasciandosi andare con l'immaginazione a progettare un ufficio giusto fuori città, con un pochino di verde attorno; ma poi non ne facevano di nulla. Era come un bel sogno che stentasse a decollare.
E d'altra parte, volendo, non c'erano ragioni immediate che spingevano; per entrambi il lavoro c'era e non stavano affatto male, là dov'erano. La crisi, per intenderci, era di là da venire.
Però.
Però il desiderio restava. Continuavano a parlarne.


"Un giorno" mi ha confidato V "presi in mano la situazione. Noi donne decidiamo, c'è poco da fare. Gli dissi: ci vediamo al bar X alle Y in punto, vieni con l'agenda che faccio sul serio".
Così, si videro, decisero la data delle dimissioni, e cominciarono di fatto quel sodalizio che dura anche adesso.
Fu indubbiamente una decisione azzeccata.

Noi donne decidiamo, c'è poco da fare.
Questa frase mi risuona nelle orecchie.
Bella. E certo per V,in quel caso, vera. Ma non vera in assoluto. Nel mio mondo non sono le donne che decidono, ma gli individui. Cui a volte capita di essere donne, e a volte no.


Ognuno, d'altra parte, gestisce se stesso. Assumendosene la responsabilità in toto. Niente di più c'è da aspettarsi o chiedere, lo so; ma è bello che nel cammino professionale qualcuno ci accompagni, costruire qualcosa insieme.
Ed è questa la riflessione, il mio personale auspicio per me stessa, con cui chiudo questo seconda storia professionale. Una storia positiva.




martedì 29 luglio 2014

Storia di H..


 ..ma non di Adele H (ricordate il bel film di Truffaut? Adèle Hugo, proprio lei: la figlia del grande Victor. Con una bravissima Isabelle Adjani)



H è una mia grande amica.
Che ha una storia personale del tutto diversa dalla mia. E una diversa natura.
Ma questo non c'entra con la nostra amicizia. Che è basata su un reale affetto e dura da anni.


H lavora in una certa organizzazione X,e ne è insoddisfatta da sempre. Sospettando di essere mobbizzata, nel tempo ha cercato di difendersi - a suo modo, e se ne potrebbe parlare:ma non è questa la sede. Così facendo, probabilmente ha peggiorato la situazione; o l'ha peggiorata chi non si è dato pena di ascoltarla,di capire.
Di fatto isuoi rapporti con il resto dell'azienda non sono idilliaci. Anche adesso, una contro tutti.

H non ha mai considerato l'eventualità di cercare altro,di sottrarsi cioè ad una situazione che sente pesante, a tratti insostenibile.Probabilmente l'ha presa dall'inzio come una sfida personale da cui uscire,se non da vincitrice,da non sconfitta.

Ora più che mai, per la situazione contingente che tutti noi conosciamo, sta dove sta; e continua ad esserne insoddisfatta.

In realtà, nel tempo il tasso di conflittualità si è smorzato: la sua vita lavorativa quotidiana non è più la battaglia continua di qualche tempo fa - entrambi i contendenti (lei e il resto dell'azienda) hanno deposto le armi pesanti. Ogni tanto qualche scaramuccia, e finisce lì.
 

Ma H non ha idea di come sia il mondo lavorativo esterno a quello suo, cricoscritto, dal quale è stata così impegnata a difendersi. La rabbia per i soprusi subiti - veri o presunti che fossero - l'ha assorbita talmente che le sono sfuggiti i rivolgimenti degli ultimi anni.
Letteralmente.
Per quanto abbia cercato di parlargliene a più riprese, non sono riuscita ad ottenere la sua attenzione. Lo scopo da parte mia è sempre stato in qualche modo 'nobile': indurla a considerare razionalmente le proprie vicende, offrirle un'angolazione diversa da cui considerare la situazione. Non l'ho raggiunto, lo ammetto. Anche se non ho gettato mai la spugna.



Era - è - come quando si affronta l'argomento fame nel mondo. O malattie, carestia, Darfur. Normalmente la gente ascolta, almeno per qualche minuto; poi gli occhi cominciano a vagare intorno ed è chiaro che la misura si è colmata. Anche le foto e i filmati drammatici che ci propinano i media, in realtà, hanno ben scarso effetto, al di là del pugno dello stomaco iniziale: si cambia canale, o si gira pagina, o si cerca un'altra stazione radio. Quella sofferenza ci è talmente lontana, ed è così estranea alla nostra esperienza personale diretta, che non ci arriva; o ci arriva in misura insufficiente. 



Non a caso ci colpisce di più - eccome - il fatto che un aereo cada, scompaia, esploda, abbattuto o meno che sia dai ribelli: la circostanza è più vicina al nostro mondo opulento - o ex tale. Tutti noi sull'aereo ci siamo stati, qualche volta; o ci è stato qualcuno che conosciamo. Possiamo metterci nei panni di chi ci era sopra, o di chi lo aspettava all'aereoporto. Sentire sulla pelle la loro paura.


Comunque, riguardo H c'è da rilevare un fatto non da poco. Che è la sua fortuna, in questo momento;e probabilmente, la ragione vera per cui non ha mai pensato di andarsene da lì. Nonostante tutti i problemi e i conflitti di cui sopra, nonostante tutte le prese di posizione che ha deciso e di cui è stata fatta oggetto, il suo posto di lavoro non è mai stato, nè in forse, nè in bilico.
Ecco perchè - mi dico - le mie parole sono sempre cadute nel vuoto. Le manca l'esperienza diretta, e sulla pelle, H non sente alcuna paura. Si sente al sicuro.


Poi, però,la mannaia ha colpito suo fratello.
Una brava persona, preparata e seria. Da un giorno all'altro, contratto di solidarietà, riduzione orario lavorativo e riduzione stipendio. Speranza che possa risollevarsi la situazione molta, certezze in tal senso pochissime, quasi zero.
Solo la sicurezza di un anno e poco più di supporto; poi, si vedrà.


Allora H si è svegliata.
E parla di ingiustizia.
Come darle torto: certamente suo fratello - lo conosco bene - non meritava un tale trattamento. Ma neppure lo meritavano i suoi colleghi.
Perchè il punto non è il merito: quando un'azienda è in crisi, il conto arriva a tutti. C'è poco da recriminare: piuttosto, passata la mazzata, c'è da organizzarsi. Da tirarsi su le maniche, e in fretta.

A lei questo messaggio non arriva: continua a puntare il dito contro il tale e il tal-altro. Dovevano fare così, dovevano decidere cosà.
La sua necessità, mi sembra, è quella di trovare un colpevole.
Come se fosse facile individuarlo, e punirlo. Come se, una volta punitolo, tutto tornasse come prima; neppure fossimo in un film americano dei bei tempi andati, dove il male a fine pellicola subiva sempre, e il bene trionfava, con tanto di arretrati corrisposti.


La questione, qui ed ora, non è esattamente così. Punire i colpevoli sarebbe bello. Più bello ancora sarebbe determinare i motivi del fallimento imprenditoriale e debellarli per sempre.
Forse un giorno qualcuno ci riuscirà; forse un giorno si avranno le idee chiare in merito a questa e a tante altre questioni-chiave (etiche, pubbliche, private, sostanziali), e potremo dire 'Davvero, guardate: quello che è successo è stato frutto di X, Y, Z; lo hanno causato A,B, e C; grazie a K, H, W non non potrà mai più accadere'.
Ma quel giorno è lontano, se mai verrà; e nel frattempo c'è da andare avanti.


La buona notizia è che il fratello di H è un tipo pratico.
Si sta dando da fare per superare il momento. E' concentrato sul proprio futuro, ha ben in testa la serenità della propria famiglia.
Al settimo cielo certo non è, inutile raccontare il contrario; ma si sta rimboccando le maniche.
'Qui a guardare un giorno via l'altro' mi ha detto 'davvero non ci sto'.
E ha tutto il mio plauso, la mia solidarietà, il mio appoggio.


sabato 12 luglio 2014

Progettare il prodotto (e il processo produttivo)


Caldo l'argomento, al netto delle considerazioni sul valore che il prodotto deve (e sottolineo deve) rappresentare per il Cliente.
Caldo se non altro perchè fuori, invece, fa un certo freddino, e più che Agosto, sembra che alle porte ci sia Novembre.
Comunque.



Il prodotto è da progettare insieme al processo con cui verrà realizzato. Nell'Automotive si parla di 'simultaneous engineering', altrove, per esempio nel mondo Six Sigma, di 'concurrent engineering'. Poco cambia, il concetto è quello.

Sembra banale: ma non lo è.
Nella tradizione classica, prima si progetta il prodotto, e poi lo si va a produrre. C'è una logica: come faccio a realizzare un prodotto che non so com'è? Devo averlo presente, e nel dettaglio, prima di mettermi a pensare come realizzarlo. Quindi:
1. progetto il prodotto
2. penso a come produrlo (lo industrializzo)
3. lo vado a produrre.
Tre attività in serie (logica). Sequenza tipica del lavorare a compartimenti stagni.

Riflettiamoci: 
il Titanic era considerato pressochè inaffondabile, perchè il suo scafo era suddiviso in 16 compartimenti stagni. 



Quando chi deve progettare il prodotto ha fatto il proprio lavoro, nel buio della propria cameretta,  ha esaurito il compito. La palla passa ad un altro, ovvero a chi deve metterlo in produzione e pensare a come farlo: l'industrializzatore.


 Il quale deve darsi da fare, e in fretta, per metter su un processo che ne sputi fuori una certa quantità al giorno, o per turno; e ben fatti, ovviamente. Compito che può risultare arduo: il prodotto è congelato, non ci si torna su. Il processo per realizzarlo dove 'piegarsi' a questa realtà: è lui che si adatta. Per forza.



Con il simultaneous engineering (o concurrent che dir si voglia), la prospettiva cambia.
Chi nella tradizione classica progettava il prodotto, ancora e chiamato a farlo: non è che da questo passo si possa prescindere. Ma non lo fa più nel buio della propria cameretta: lo fa all'interno di un Team interfunzionale.



Il punto non è da poco: nel progettare il prodotto, ascolta e recepisce le istanze degli altri membri del Team. Prime fra tutti, quelle dell'industrializzatore. In sostanza, si attua un passaggio virtuoso: tra le possibili soluzioni progettuali, viene scelta quella che meglio soddisfa, sia il Cliente, sia la necessità di realizzare il prodotto 'agevolmente', ovvero senza errori, in tempi ottimizzati e in ambiente sicuro per gli operatori.

Al di là delle tecniche preventive e gestionali specifiche che si adottano per ottenere questo obiettivo, resta il fatto fondamentale che il prodotto nasce già adatto al processo, e che il processo si modella sin da subito sul prodotto da fabbricare. Si parla, in sostanza, di DFMA (Design For Manufacturing & Assembly).



Tra processo e prodotto si ha uno scambio osmotico: l'uno si adatta all'altro, con una logica win-win. L'approccio peraltro non tralascia neppure le istanze dei Fornitori coinvolti: anche loro, nella persona del Buyer, sono rappresentati nel Team interfunzionale; anche il loro DFX, per quanto possibile, viene considerato e curato.


Anche i tempi di sviluppo ne beneficiano: non si tratta più di fare attività in serie, ma di lavorare in parallelo. Si minimizza, o azzera, la necessità di modifiche di prodotto post-lancio in serie
Si è più efficienti, quindi, oltre che più efficaci.
Perchè l'obiettivo è uno solo, e condiviso dal Team: che il prodotto esca nei tempi richiesti, e 'buono'. Adesso meno che mai è tempo di lotte di quartiere.
Essendo tempo, piuttosto, di fare grandissimi balzi in avanti.


giovedì 12 giugno 2014

Fantasmi nel mio PC??



Vi segnalo oggi un fatto inquietante che mi è capitato fresco fresco.
Se non fosse che per ragioni professionali devo mantenere un atteggiamento razionale, comincerei a pensare che l'informatica sia gestita da fantasmi, che entità sconosciute governino i cloud, e che di conseguenza noi, poveri mortali utenti, non abbiamo che armi spuntate per farvi fronte.


Però non propendo per i fenomeni paranormali, purtroppo. Non avendo risposte tecniche, che esulano dalle mie competenze, mi limito ad osservare che qualcosa di strano c'è. Qualcosa che impedisce un corretto ed agevole utilizzo della tecnologia, e che rende vano ogni mio tentativo di flessibilità.
Quello che vorrei, è una spiegazione. O meglio: una soluzione.

Il caso in oggetto è presto detto.
Ho uno scambio di mail con un certo mio cliente. La mail contiene un allegato in Excel. Per ragioni di urgenza, leggo la mail sull'iPad,allegato incluso. Vi rilevo una incongruenza sostanziale e pericolosa.
Vista la natura del problema intercettato, chiamo immediatamente il mio referente. Erano le 21:00 circa, un orario non consono, in cui non mi spingo normalmente a disturbare i clienti.
Il cliente si allarma, controlla il file Excel in questione, e mi assicura che va tutto bene; il tal dato è XX e non YY come sostenevo io. Insisto: guarda bene per favore; risponde: ho guardato, è tutto OK. Sia come sia, concludiamo, ne parliamo domani.

 
Il giorno appresso verifico, e scopro tre fatti inquietanti:
- il cliente aveva ragione: l'allegato Excel, per come compariva sulla SUA mail  (inviata) era corretto
- io avevo ragione: l'allegato Excel, per come compariva sulla MIA mail  (ricevuta) dell' iPad era sbagliato
- io avevo torto: l'allegato Excel, per come compariva sulla MIA mail  (ricevuta) del PC era corretto

Il Cliente opera su un PC in ambiente windows; il mio PC è in ambiente windows; l'iPad non lo è (sistema apple/Mc).
E il punto sta tutto qui: i due sistemi non 'parlano' correttamente. La stessa mail letta nei due sistemi restituisce allegati diversi.
Incredibile, spiazzante.
Già nel passato ho avuto qualche problema in proposito, coinvolti erano alcuni popolarissimi sistemi cloud che, aggiornati da uno dei due ambienti/sistemi, non risultano affatto aggiornati sull'altro. Pensavo fosse un caso isolato. Invece è evidente che così non è.

La mia conclusione è amara.
Molto amara.


venerdì 23 maggio 2014

Comunicare non è uno scherzo




Comunicare non è affatto uno scherzo.


Comunicare richiede cura. Anche nelle occasioni supposte scontate, o banali.
Può essere molto difficile.


Bisogna aver ben chiaro:
- CHE COSA intendiamo comunicare (contenuti)
- il MODO in cui intendiamo farlo (per evidenziare ciò che ci preme)

Mi perdonino gli Esperti di Comunicazione: so che quanto sopra è grezzo, impreciso, non specialistico.
Mi serve soltanto per puntualizzare un paio di punti chiave:

Primo: la CHIAREZZA.
Prima di lanciarsi in attività comunicative, bisognerebbe AVER CHIARO l'ARGOMENTO che intendiamo comunicare; o almeno, la PORZIONE di argomento che includeremo nella Comunicazione.
Questo è lo Step ZERO.
Le altre considerazioni vengono dopo. 

Secondo: il famoso "PARADOSSO DI WATZLAWICK".
Recita come segue: "Non si può non comunicare".
Tutto di noi comunica. Anche il non comunicare è una comunicazione.


Ve ne parlo io, che dal basso della mia professione operativa/pragmatica, e da non specialista, applico un buon senso generico e generale.
E ve ne parlo, perchè mi capita di trovarmi difronte a situazioni in cui la comunicazione è assurda. Con implicazioni che lo sono altrettanto.

Cito due esperienze recenti di vita vissuta, entrambe significative.

Prima esperienza
Un documento ufficiale di alta levatura. Proveniente da fonte più che autorevole, istituzionale. Scritto in Inglese, e destinato ad attori internazionali (Italiani e non).
Non si capisce niente.
E non è un problema di lingua, l' Inglese non c'entra. E' un problema di assetto mentale di coloro che lo hanno redatto. Di capacità di comunicare con CHIAREZZA ciò che avevano in mente. O proprio di CHIAREZZA mentale insufficiente.
Di fatto, per gli utenti (io, e anche altri), una specie di rebus.
Ma mentre la Settimana Enigmistica e i suoi rebus e le parole crociate, e anche il Sudoku, li fai per divertirti, il documento in questione invece lo leggi perchè ti serve. Per lavorare. E se devi perdere ore per decifrarlo, tra capoversi e sintassi farraginose, frasi di un chilometro e discorsi insieme ridondanti e contraddittori, c'è qualcosa che non va.



Seconda esperienza


Esempio da manuale del Paradosso di Watzlawick. Aspetto una risposta (di Lavoro) per molto tempo. Sollecito, ma invano.

Decido di affrontare la situazione e incontrare di persona chi doveva darmela; e lo decido convinta che sarà un NO, che la questione non andrà avanti. Tanto le premesse facevano supporre; tanto mi aspettavo.
Organizzo l'incontro perchè nella questione avevo messo la faccia. Nella volontà di definire la questione in modo trasparente ed esplicito. Cosa fatta, capo ha.
Vado dunque all'incontro, e scopro che la risposta non è affatto un NO: è un SI'. Se il Si' non mi era stato comunicato fino a quel momento, era per una certa questione che doveva essere definita nel dettaglio e in modo formale; ma è un SI', non ci piove.
Ovviamente ne sono contenta: andare di persona, e vedersi, e parlare, è sempre cosa ottima.
Però adesso sono un po' nei guai.
I tempi sono diventati stretti, strettissimi. Con la mancata comunicazione che è durata settimane, oltre un mese, quasi due, il tempo di preparazione si è ridotto all'osso, mentre la deadline è rimasta quella, fissa.
Adesso per rispettarla devo fare le corse, e farle da centometrista.
Ovvio che le faccio, già ho le scarpette ai piedi, già mi alzo la mattina alle 5 per allenarmi con il fresco.
Ma mi chiedo: è corretto? E' giusto?
Non si sarebbe potuto evitare? 





venerdì 2 maggio 2014

La sigaretta adesso è spenta


L'avevo già detto qualche mese fa (vedi http://sandrazanobini.blogspot.it/2013/11/spegnere-come-una-sigaretta.html): una gloriosissima storia rischia di perdersi.
Sto parlando di Piombino, l'acciaieria, l'altoforno; tutto quanto costituisce la base industriale, il tessuto primario di un'intera città.
Io ho passato lì 5 bloody years, il mio battesimo di sangue. E me li ricordo tutti: per quello che sono stati, per la professionalità che ne ho ricavato, per le persone che vi ho incontrato, per la bellissima area e la spiaggia che in parte gli impanti occupano.

 

Quello per la siderurgia è un amore da vivere a distanza: questo dissi quando, dopo un po' che ne ero uscita, la proprieta' di allora mi offrì di rientrare. E ancora lo penso. Perchè si tratta di un settore intrusivo, che ti scava dentro.In particolare, lo fa il cosiddetto 'ciclo integrale' (derivante dall'altoforno), che ti coinvolge tutte le ore del giorno e tutti i giorni dell'anno, non lasciandoti pause; ma è la siderurgia ad essere intrinsecamente così, avvolgente, moschicida, risucchiante, indipendentemente dalle tecnologie utilizzate.



Da qui, non posso che essere partecipe del dolore e della preoccupazione che ispessiscono l'aria, in città. Gli abitanti, per la maggior parte di siderurgia ci vivono. La questione è molto seria.
E merita la massima attenzione. A quanto si sente regione Toscana e Governo se ne stanno occupando; non voglio entrare nel merito, ma solo coltivare una sana speranza e credere che finirà bene.
Ma c'è un fatto, sicuro: che nella migliore delle ipotesi ci vorrà del tempo. Non breve: un paio d'anni, forse più.

La storia del sito è nota, e forse triste. Dall'opulenza dell'ILVA, a partecipazione statale, a inizio anni '90 del 900 avviene la privatizzazione: subentra il gruppo Lucchini, bresciano DOC, a vocazione tondinara salvo isole di competenza e eccellenza (per esempio in quel di Lovere, sul ridente Lago d'Iseo). Recentemente i Russi. Poi, la situazione di adesso.
Per me, che pur di acciaio ho continuato ad occuparmi negli anni, a parte le logiche considerazione sui nuovi materiali che già ho fatto nel mio post precedente, un fatto salta agli occhi: la tecnologia.
Piombino è uno dei pochissimi siti siderurgici (italiani, europei) che ha mantenuto nel tempo il suddetto 'ciclo integrale'. Mentre attorno, si dismetteva tale concetto a favore di processi più flessibili e meno ingessati, in primis quello del 'forno elettrico'.
Voglio dire: quanto si prospetta adesso come la soluzione del futuro per il  sito di Piombino, il forno elettrico, è già in atto altrove da decenni. Non si tratta certo di una rivoluzionaria novita' tecnologica dell'ultim'ora.
La domanda è: perchè a Piombino ci si arriva soltanto adesso? Perchè non si è pensato, e realizzato, la trasformazione tecnologica in questione nel passato?


Due parole per spiegare ai non addetti ai lavori.
E che gli addetti ai lavori mi passino le semplificazioni, per favore.

Il ciclo integrale è quello per cui l'acciaio viene prodotto dalla ghisa; la ghisa si fabbrica in altoforno da minerale di ferro (e un'altra serie di cose). La differenza fra ghisa e acciaio, in due parole, sta nel tenore di Carbonio, molto minore nel secondo. Quindi, nel ciclo integrale, alla ghisa, perchè diventi acciaio, il Carbonio va tolto: infatti, la ghisa passa in Convertitore, dove l'eccesso di Carbonio viene soffiato via. L'analisi chimica precisa viene messa a punto nel LF, e poi l'acciaio diventa solido, bell'e pronto in semilavorati quali bramme blumi billette, tramite la Colata Continua. Segue la laminazione per ottenere il prodotto adeguato a trasformazioni industriali successive (lamiera, barre, rotoli). E mi fermo qui, non addentrandomi in finiture successive.
Quindi, il macro-flusso del ciclo integrale è come segue: ALTOFORNO - CONVERTITORE - LF-COLATA CONTINUA - LAMINAZIONE.
Il ciclo integrale ha la caratteristica della scarsa flessibilità. Non puoi fermare la produzione quando vuoi, quando ce n'è bisogno per assenza o diminuzione degli ordini. L'altoforno deve andare, per fermarlo e farlo riprendere a regime occorrono mesi. Non è che lo spegni e riaccendi così, come un tornio. Da cui si evince una seconda caratteristica, collaterale ma niente affatto secondaria: i costi, che non puoi 'flessibilizzare' e sono legati alla gestione di impianti e manodopera nonchè, in qualche modo, al fatto che la produzione è 'forzata' anche in assenza di domanda.


L'acciaio prodotto da forno elettrico non passa dalla ghisa. Il passaggio all'altoforno, quindi, non è necessario (via un'operazione dal macro-flusso). Non è necessario neppure il Convertitore, visto che non c'è alcuna ghisa da soffiare: al posto suo, c'è il Forno Elettrico, dove si fonde rottame d'acciaio a composizione chimica pertinente tramite, appunto, energia elettrica (elettrodi). Poi, come per il ciclo integrale, ci sono il passaggio al LF, la Colata Continua e la Laminazione. Quindi, il macro-flusso del 'Forno Elettrico' è come segue: FORNO ELETTRICO - LF-COLATA CONTINUA - LAMINAZIONE.
Il forno elettrico ha la caratteristica della flessibilità.Se necessario, lo si può spegnere e nel giro di poco lo riaccendi. Nel caso di mancanza di ordini, puoi tenere ferma la produzione e mandare a casa il personale. Altra caratteristica: l'alto impatto dell'energia elettrica sull'esecuzione del processo. E quindi, costi relativi. Ho visto, nella mia vita, acciaierie funzionare di notte soltanto, quando l'energia costava meno (potrei fare nomi e cognomi di realtà che non esistono più) e prosperare. Insomma, le soluzioni per minimizzare i costi esistevano; ed esistono tuttora a maggior ragione, io credo, con la liberalizzazione del mercato dell'energia elettrica. Ultima caratteristica: la rumorosita'. Da non sottovalutare, affatto.


Tornando a bomba: nel passaggio dal ciclo integrale al forno elettrico i vantaggi economici, apparentemente, sono evidenti. Sperabilmente, se e quando tale passaggio verra' utimato, il sito siderurgico di Piombino rinascera' a nuova, frizzante vita. Fra l'altro, per quel che si sente, anche l'altoforno potrebbe risultare rinvigorito da una nuova drastica cura, ed essere mantenuto attivo, non producendo piu' per l'acciaiera ma per terzi. 
Il punto non è questo; al netto di ogni considerazione sulla domanda attuale e futura di acciaio, e del trend di utilizzo dei materiali alternativi, il punto non e' tecnico. Il punto e' l'assenza, al momento, di un imprenditore che mostri un reale interesse per il sito, e che si spenda in impegni concreti.
L'ho detto: occorre dare spazio alla speranza. E tenere duro, lavorando bene per costruirselo, il futuro.